• cattedrale
    Segui ViverePalermo.it, ogni giorno notizie selezionate per te e tante informazioni utili!
  • fotopalermo1
    Se vuoi collaborare con noi contattaci subito!
  • fotopalermo2
    Troverai tante notizie per vivere al meglio la città scoprendo cultura, eventi, storia e natura

War reportages

Nella preziosa collana selleriana di “La Memoria”, al n. 122 di quei libricini dalla copertina di un blu cupo, in una sera di questa bizzarra estate caracollante tra il caldo sahariano e il freddo polare, mi è venuto per le mani uno strano titolo, In guerra con gli Scozzesi. A primo acchito si ha l’impressione che si voglia arditamente entrare in guerra con questo popolo eccezionale. Si pensa subito al kilt e si immagina il gonnellino al maschile con strambi aggeggi alla cintola. Per un patito di storie romane si para davanti il vallum Adriani a spiegarne carattere e costumi. Per altri più europei salta in mente la tragica Maria Stuarda.

Divagazioni a parte, leggendo l’incipit balza evidente l’abbaglio. Il “con” vuol dire proprio “assieme”. Il comandante «scozzese di mezza età, coi baffi a spazzola, i capelli radi e sottili divisi nel mezzo, etc.», sta presentando il tenente Pinto, ufficiale italiano di collegamento. In poche parole con l’accoglienza in un posto a tavola il nostro soldato diventa per semplificazione John ed è fatto sir. Però… c’è un grande ma che imbriglia gli entusiasmi. Ai convenevoli di cortesia si alza il muro del carattere scozzese, «parlano poco», almeno «sinché dura la guerra», “una faccenda troppo noiosa”. Poi il muro diventa invalicabile: «è praticamente impossibile per un britannico parlare altra lingua che l’inglese» (p. 11). In frasi allusive sono i commensali a spiegare per quale maledetta missione un italiano che parlava l’inglese come la sua lingua era finito nel reggimento Black Watch, quello terribile di Waterloo. Insiste sul fatto che loro sono “orsi”, e prosegue con le differenze: vino con tè e whisky (la precisazione sulla soda e le mitiche marche a p. 56) , il su e giù in Egitto, l’ardua faccenda dei «kilos, dei chilogrammi, o si tratta di chilometri», il sistema metrico decimale, forchetta e coltello per il dolce contro forchetta e cucchiaio, la guida a sinistra, la complicata questione dei gradi militari contro i nostri per decreto (pp. 41-42). Gustoso ed indimenticabile il colloquio con il rodesiano Michele, stufo di musei, chiese e antichità visitate da bambino con la famiglia e l’insolubile mistero del bidet, ove con grande soddisfazione si lavava i piedi. «- uno di questi giorni lo capirai da te – lo capirò da me. Sei sicuro? – Appunto. E si tratta di un oggetto che un gentiluomo non può nominare» (p. 23). Qualcosa risulta sconvolgente, senza retorica, a me del 2016, vedovo non inconsolabile della Brexit, tanto da rinverdire la giovinezza di questo volumetto, semplice raccolta di reportage del trentaseienne Gian Gaspare Napolitano (nato a Palermo il 1909 e morto il 1966) apparsi su “Libera Stampa” di agosto-novembre 1945: è la conclusione sconsolante a proposito della semplicità del sistema decimale: «Certo, molto semplice. Ma io ho paura, che come tutte le cose semplici sia troppo complicata per noi. Ho proprio paura, John, che sia terribilmente difficile per un britannico diventare europeo» (p. 14). Il colloquio è esemplare tra la sicurezza dell’italiano «voi siete europeo, signore. Voi abitate in Europa… un’isola, ma in Europa» e la conclusione del Padre, «ho paura, signore, che noi siamo appena degli scozzesi» (p. 14).

Il Pinto tutto inglese che gradisce anche il porridge, tiene a precisare al rude capitano medico le ragioni della sua presenza, non “a titolo personale”, ma come lavoro in difesa del suo paese sconfitto, anche se «questa storia sta per finire»: «Ai ragazzi che saranno morti sarà servito a qualcosa essere andati a letto sapendo che la guerra sta per finire?».

Ma c’è la tragedia della guerra fra tutte le incomprensioni e la morte e il rito sacro della sepoltura, come quel padre Grant che gira con le sue grandi croci a segnare nomi e carriere dei suoi morti scozzesi. E quando si trova davanti al piccolo tumulo di Archie e si sorprende di trovarvi dei fiori il 2 novembre. «– Chi ha messo questi fiori?». E il contadino imbarazzato gli dice che erano andati al cimitero a portare fiori ai loro morti ed erano venuti anche là. Padre Grant «corruga le ciglia, come fa ogni volta che non capisce una cosa» (pp. 58-60). Perché rimane sempre una maledetta questione. Quando padre Grant va con le sue sedici croci e la sua spinetta da campo a fare la funzione funebre, vorrebbe Pinto chiedere di pregare per i cattolici e ne è sconsigliato, perché ognuno ha i suoi morti, «i morti sono morti. Voglio dire: sono tutti eguali», ne riceve risposta, «ma i vivi no» (p. 78).  Eppure c’è qualcosa che stride con questa uguaglianza. I morti civili sono tutt’altra cosa, il vecchio ferito con il cranio aperto da una scheggia: «un sangue povero, acquoso, usciva dalla ferita su un cuscino orami inzuppato da quel liquido». Aveva il figlio tisico (pp. 85-86). E sempre la morte che incombe con la sua oscena sarabanda. Anche quando risulta più indecente, la morte proprio in zona limite, quando si era “agli sgoccioli” come quella del capitano Shaw, che amava Glasgow, «come una donna brutta che ti sia entrata sotto la pelle», falciato alla presa di Cesena, «pallido e che puzzava di morte»: la guerra era finita per lui (pp. 83-84).

Eppure a sprazzi in questi bozzetti si intravede la fede, tra le bestemmie vere degli italiani e le “male parole”, “monotone”, degli inglesi che «non pigliano confidenza con i santi» (p. 31). O in quella suorina che fra gli sfollati sotto la pioggia e a piedi nudi porta il pesante crocifisso, «piccola, minuta, nera con quei piedi bianchi e lisci sulla mota sembrava una rondine trasportata nel vento di una tempesta» (p. 34). Perché in quella domenica, costretto alla messa come un servizio, fra la Church parade, l’ispezione per la messa, e l’inno Avanti soldato cristiano, presso la chiesa semidistrutta di San Patrignano, fra scozzesi cattolici dei tempi di Maria Stuarda e abitanti del contado leggermente sorpresi, la domanda di John, cattivo cattolico, perché non va a messa: «è dunque questo Dio?, si domanda l’ufficiale italiano. Dio, sei tu qui? E Dio è con loro, e con gli scozzesi alle loro spalle, e con tutti gli uomini la domenica mattina, dopo la battaglia» (p. 52).

Ma chi era questo John e cosa ci faceva. Era di Roma, era pagato come tutti gli altri ufficiali, e lo faceva perché ne aveva bisogno. Dopo avere accettato un bicchiere di vino, gratis, dalla moglie del contadino, che lamenta le rapine dei Tedeschi e teme il loro ritorno, la rassicurazione che per loro la guerra era finita. Però… scatolette, scarpe, sigarette, sapone, coperte alleate, «ve li potete tenere, ma non vendere», però… senza farsi vedere dalla Military Police coi berretti rossi, se no dolori per «tutti e mesi di galera per gli uomini». Un popolo ai margini di una catastrofe che cerca di sopravvivere, stritolato fra due eserciti che mitragliano, John depreca e teme le nebelwerfer, la “maledetta bestia”. Lui al seguito degli alleati consiglia: «Nascondeteli bene. Come avete fatto con le ragazze. Dove avete nascosto le ragazze? Non voglio saperlo». Nascondete le biciclette pure, finché non saranno arrivati i berretti rossi. Poi potranno circolare di nuovo. (p. 76). Gli altri predatori, i requisitori.

Nella tragedia di vite in equilibrio le tante imprese inutili, fatte con gravi rischi per nulla, la ricerca di un guado nel Savio, “tutta fatica sprecata” (p. 39) o l’evacuazione dei civili, quando non ce ne era bisogno perché i Tedeschi si ritiravano (p. 88). Qualche scoppio improvviso, tanti feriti che il medico scozzese non curava in prima linea, la familiarità che si acquista catapultato in una buca sopra un altro soldato.

Strabiliante in tanto fair play la gioiosa rappresentazione della festa, tutta inglese e protocollare, con il battaglione che si diverte per l’onorificenza del comandante, in kilt tirati fuori dalla canfora e l’enorme suonatore di cornamusa che entrò nella camera da letto tramutata in sala da pranzo nella sua uniforme tradizionale, «suonando a perdifiato la carica reggimentale», «un giro intorno alla grande e ammutolita tavola, prima di presentare la cornamusa al colonnello», (p. 66)

E a conclusione lo spiraglio di un altro universo, con la partenza in segreto per la Palestina degli Scozzesi e il passaggio al battaglione indiano Tika. Anche qui non si fidano di lui, fra problemi di lingua e costumi diversi. E il medico che opera sul posto e la complessità dei pasti tra indù e musulmani e “intoccabili”: “Dimmi come mangi”. Peccato che la corrispondenza di guerra si interrompa con questo contatto soltanto fugace ed epidermico con un universo diverso, uno dei tanti popoli che passarono sulle nostre terre per liberarci.

Letti così, con la forte carica umana, le corrispondenze poco sanno di guerra, se non nello sfondo, nella scenografia che si sente crepitare intorno, nelle incursioni aeree, nelle centinaia di morti e feriti visti solo da una parte. È il racconto dall’interno di un reggimento che avanza, di una vita che scorre fra questi uomini con i loro problemi esistenziali e materiati di quotidianità. Il popolo che abita quelle terre scorre, necessariamente assente o sullo sfondo, come i contadini di Calatafimi al passaggio di Garibaldi, estraneo, quasi di straforo. Ma anche un popolo che si affaccia quasi indifferente. che lotta per le primordiali necessità, i mezzi di sussistenza, vitto e abbigliamento, talvolta donati, spesso venduti dai militari con contrabbando e mercato nero, severamente puniti.

Ps. Referenze – Gian Gaspare Napolitano, In guerra con gli Scozzesi, Sellerio, Palermo, 1986; traduzione In war with the Black Watch, prof. Ian Campbell Ross – Università di Dublino, Dublin, Birlim lim., 2007.

Cerca sul sito

Italian English French German Portuguese Russian Spanish

Ricevi le news

Guida turistica Palermo

guidapalermo

Su questo sito utilizziamo cookies per gestire la navigazione. Cliccando ok o continuando a navigare ne accetti l'utilizzo. European Law