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La Mariposa

Nell’accorata rêverie di ultra novantenne, Eugenio Scalfari (sua rubrica Il vetro soffiato, in L’espresso, 4 agosto 2016, pp. 100-101) sul ritmo dei due endecasillabi, «Le case che nei tempi ho frequentato / e il racconto nei sogni e nella vita», allarga la rimembranza ai luoghi eccezionali, la Recanati di Leopardi, la Caprera di Garibaldi e la S. Elena di Napoleone, indugia su altri luoghi che evocano uno spirito e un significato. Tutto un preambolo di tópoi di geni per dire del suo luogo, il caffè Rosati, postazione dal 1950 degli amici del Mondo di Pannuzio (richiama il viaggio nella memoria del saggio La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal «Mondo» alla «Repubblica», Einaudi 2009). Vi si era passati dalla terza saletta di Aragno e poche erano state le deviazioni, Carpano, Golden Gate fino allo Strega. Per chi visse quegli anni mitici sarà un colpo al cuore. A me interessa sapere dei “devoti”. Certo, Mario Pannunzio e il suo doppio di ferro Franco Libonati. A seguire l’altra coppia, Sandro De Feo ed Ercole Patti. E poi Moravia, Morante ed altri del Coro che per me, fuori del gruppo e ragazzo, suonano nomi. Tra le dieci e le undici arrivavano gli altri, Brancati, Flaiano, Gorresio, etc. e fra loro Gian Gaspare Napolitano. Da virgolettare: «Poche le mogli accolte nel gruppo e pochissime ammesse al diritto di parola. Se ne vendicavano bonariamente, giudicandoci da qualche tavolo di distanza». Vi risparmio l’arrivo verso mezzanotte di Saragat, “il teschio sul gagliardetto”, «politicamente fatuo, culturalmente inesistente, circondato dalla “banda del buco”». Dopo mezzanotte l’ultima ondata, Maccari ed altri e il cinema, Rossellini Stoppa Proclemer Rossi Drago. Fra la banale battuta di Pannunzio e quella esistenzialista di Flaiano («siamo un gruppo di uomini indecisi in tutto») e la battutaccia, d’uso allora, di Moravia in risposta allo sfrigolio, “spirito di patata”, Scalfari annotò: «Gian Gaspare, silenzioso, fantasticava della sua “Mariposa”». E ricreava quel particolare spirito dei tempi del Rosati: «Questo era il cerchio esterno del gruppo, giornalisti, scrittori, artisti. Vitelloni con un pizzico di snob. Molto misogini. Molto voyeurs. Molto indolenti. Alquanto sciroccosi. Testardamente sedentari, eccetto Moravia e compreso invece Gian Gaspare, che pure aveva viaggiato per mezzo mondo, ma sembrava non si fosse mai mosso da quella strada e da quei caffè. CORREVA L’ANNO CINQUANTA. L’Italia era ancora profondamente contadina e papalina. Il partito comunista rumoreggiava ai bordi delle istituzioni. "Il Mondo" era stato fondato da un anno e vendeva quindicimila copie. Non ne avrebbe mai vendute molto di più, ma la navicella dei liberal italiani aveva preso il mare».

Per i miracoli di Amazon ho fra le mani una copia, usata ma come se fosse uscita dalla stampa, della Mariposa nell’edizione 1950 della Vallecchi. Denudato il volume dalla sovracopertina, scena di colorati danzatori in sinuosi movimenti latino-americani, mi ritrovo quella familiare emozionante copertina gialla della “Collezione di letteratura contemporanea”. All’interno della sovracopertina, sua ferita sanata da un frammento di nastro adesivo, l’elenco di narratori, poeti e saggisti che rimescolano miei ricordi e amori mai sopiti. Nell’aletta anteriore il ritratto di Gian Gaspare, di profilo, assorto a capo chino, quasi in un momento di arcana mestizia, sullo sfondo inferiore, in nero, occhi e fronte di un volto, una foto istantanea, ritaglio di chissà quale evento. Come se l’editore non avesse trovato o richiesto nulla di meglio, una vera foto ritratto. A seguire il giudizio critico firmato “La volpe d’argento”, che scoprirò poi soprannome di Eddie assente protagonista e titolo del terzo romanzo. Mi sconvolgono il tatto di quella carta ruvida, da dopoguerra, e quel profumo quasi ancora vivo che mi immerge negli anni della puerizia. Il giovane edicolante per sorprendere la mia possibile ignoranza mi traduce “la farfalla in spagnolo”. E con questo viatico con religiosa delicatezza mi sono immerso in questo mio ritorno. E ne avevo bisogno.

La prima sorpresa è la scoperta della struttura, una raccolta di tre romanzi brevi, dei quali il primo ha fatto da apripista. Non so se di richiamo con il titolo esotico. Così romantico è lo sfondo, il Messico che ben conosco, la capitale con la varietà di stranieri, italiani e americani, e anche quella a me familiare di Chichen Itza e il passaggio archeologico fra le meraviglie naturali di Oaxaca, oggi detta anche de Juárez, le sue tombe di Monte Alban e il tesoro della tomba n. 7. Altra curiosità, il narratore protagonista si chiama Alberto Malaspina, il nome del mio quartiere palermitano. Evidente anche l’identificazione biografica dell’archeologo, “allievo della scuola militare” e “nato viaggiatore”. E la polemica ricorrente in altri testi sulla religione e sulla fede («sono nato cattolico»). Infine la scoperta che sconfessa la variopinta farfalla del mio giovane libraio Greco: è il nomignolo popolare del palobianco, «al vertice d’un albero lungo e spoglio c’era un fiore solitario bianco», sulla costa così chiamato anche quello dell’albero del pane.

Si tratta di tre storie di amore e di morte, con protagonisti, direi, tormentati dal rimorso di una morte arcana e senza spiegazione. Il primo racconto parte dagli incontri di amicizia e di amori in una farmacia di italiani della capitale messicana. L’ambiguo amore della cantante Lupe (diminutivo di Guadalupe, possessiva e allupata come la lupa verghiana) e l’arcana angoscia di Aileen, moglie di Van Hassler, petroliere ricco sfondato scomparso in volo su un aereo. Questa si perde nella morfina, nello sfondo dello spaccio e di assassinii, e quando festeggia la guarigione con una fastosa rinascita, la scena di sballo di Capodanno fra morfinomani che sembra vista oggi. La seconda storia si dipana a partire da un dottore muganga, “stregone”, che cura gli “addormentati” del Congo e si interroga sul tamtam Mayumbe, nel suo ansiosa tour per i villaggi tropicali. Anche qui la storia di amore tra un losco trafficante e i tradimenti dell’ingorda e sensuale amante indigena, Madalena (la peccatrice perdonata?), in un Congo di fantasmi e sfruttatori, ove era cominciata la professione di reporter di Gian Gaspare. L’incanto del racconto sta in quel misterioso tamtam, indecifrabile codice di comunicazione di un popolo in fuga fra capanne disertate, in una foresta putrescente di malati di malattia del sonno, il cui rimedio tedesco, se non ti ammazza, ti lascia cieco. Dulcis in fundo, la scorribanda nella magica New York del mio immaginario, in luoghi a me familiari come casa propria. È la ricostruzione di una città prima del 1950, racconto amato anche dalla cara Giovanna, promotrice ed archeologa della memoria culturale paterna. È l’eccezionale esperienza di un giornalista, ora divenuto Nino Santini, Nick per gli amici della Big Apple, tra due donne, Ellen, moglie dell’amico reporter Eddie, e Kay l’amica amante, ugualmente rose dal rimorso per la morte del loro uomo. Era misteriosamente fuggito e dissanguato da una bomba nella guerra franchista. Per quale dei due amori decise di andare in prima linea? Misterioso Eddie, anche per me che resto nell’ignoranza di dare nome e volto all’autore della presentazione che si firma con quell’oscuro suo soprannome. Dice qualcosa l’operazione tedesca Volpe d’argento (Unternehmen Silberfuchs), l’attacco al porto russo di Murmansk? O è l’astuzia della volpe mista alla preziosa eleganza della pelliccia di volpe argentata? E come poteva scriveva l’appunto critico, se era morto tragicamente nel romanzo? Sarebbe stato utile un semplice spiraglio. Eppure il mistero è per me ferreo ed affascinante, l’ambiguità di una morte annunziata e fortemente investigata dalle due amanti. Per chi da un decennio trascorre le strade della Grande Mela e ne sente familiari i luoghi è un’intensa emozione ritrovarli e riviverne le esperienze assieme ad uno scrittore che ne sperimentava la vita almeno sessant’anni fa. Si prova tanto struggimento a ritrovarsi con Gian Gaspare sulla gradinata di Saint Patrick, lungo la cangiante Fifth o al Rockefeller Center New’s Reel o sulla maestosa scalinata della Public Library, a risentire l’odore di quel fiume e di quel mare oltre la Statua. Ma più sconvolgente quel passaggio dalla Battery a Staten Island e il ricordo di Meucci e le sue candele e di Garibaldi che si chiamava Bread, pane, e che sbarcarono a braccia, «non poteva muoversi dai reumatismi e non voleva farsi vedere a New York conciato a quel modo». Ho visitato più volte il Garibaldi-Meucci Museum e ne risento gli odori e ne ricreo nella mente la visione di quella casetta stile coloniale, davanti il recinto con il busto e i cimeli, veri o falsi che siano. Ora attraverso i ricordi di un italiano che aveva sentito il racconto dal padre, rivedo l’arrivo di Garibaldi e la sua vana ricerca di un lavoro e la chiamata di Lincoln, alle prime sconfitte, «Qui ci vuole Garibaldi!» e il rifiuto dell’eroe. E accanto alla NY dei numerosi paesani di Staten Island, già allora decine di migliaia, quella della modernità di quegli anni, la sorpresa del biliardino elettrico e del jukebox. Sono tre universi lontani, con grado di civiltà, direi di sviluppo e modernità di abissali differenze, in cui si rifugge dal folklore o dal gusto dell’esotismo fine a se stesso, come si precisa nel risvolto di copertina. Eppure non manca la crudezza nauseante del messicano combattimento dei galli, né lo “struscio” del Giovedì Santo alla Easter Parade con le donne in cappellino nuovo e gli uomini in cilindro e cravatta, i portieri in uniforme fra le abusate Madison e Lexington e i marciapiedi traboccanti di vita, ferma ogni attività. L’America, «Per me, e per milioni di uomini, che non sono mai stati qui». L’America ricca da far paura nel brivido e nel presentimento del lavacro universale. Scrive su Gian Gaspare l’anonimo: «il mondo l’ha girato davvero in lungo e in largo, in guerra e in pace», sa «per vissuta esperienza, che abitiamo in un mondo solo, che siamo tutti, si direbbe, nella stessa stanza». Il mondo cioè diventa un sentimento interiore, il desiderio di sentirsi uniti tra noi, partecipi delle esperienze di tutti. Direi però che l’angoscia per la perdita domina nelle tre vicende, una scomparsa senza spiegazioni e senza precisi perché che brancola nel mistero e spinge alle domande tragiche che trascendono e si consumano spesso nella perdizione e nella follia. Napolitano in questa trilogia ha voluto rappresentare la sua interpretazione del dolore, con disincanto, talvolta con crudele anatomia, gli amori carnali e violenti di donne, davanti al cui furore anche lui sa cedere anche se con distaccata superiorità.

Peccato che il libro vive il suo sonno nella polvere delle biblioteche. Perciò questi miei interventi vogliono essere un invito alla riscoperta di uno straordinario giornalista scrittore. Metto accanto le due attività dello spirito, ugualmente nobili se fatte con decoro e etica, perché l’estetica è anche etica. E Gian Gaspare lo fece. Fu giornalista con le capacità narrative dello scrittore. Fu narratore con la profondità e l’acume di indagine del giornalista. La realtà umana è colta nelle notazioni essenziali, l’animo rivive nelle sue sfumature. In un giornalismo che si nutre di veline e di comunicati di “agenzie”, fra tanti scrittori seriali di gialli e neri, perniciosi come tutti i seriali, la ventata di umanità, nel bene e nel male, farebbe bene ad un popolo angosciato e sfiduciato che si illude delle promesse miracoliste dei capipopolo, immemori di Masaniello e Ciceruacchio.

Senza nulla obiettare sul costume già allora, come oggi, imperante di giornalisti che avevano facile accesso alle grandi editrici, ma non sapevano neppure cosa fosse il giornalismo alla Pannunzio. Anche oggi basta essere cantante, calciatore, uomo di intrattenimento o politico per essere accolto nell’Olimpo della Mandazzoli e soci. E basta essere donna e avere un protettore per pontificare e sgrammaticare in etere e in video. La notizia vive solo negli scalmanati talkshow. Impera oggi e si osanna lo storytelling, tutto è narrazione, anche le news, la vita che si perde in rivoli e si autoesalta nella banalità e nelle idiozie di FB. E si può narrare per dieci ore sulla scomparsa di Amatrice, rendendo ogni anonimo celebre per un secondo. O accusare e preannunziare processi, perché, come predica un vescovo, «Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!», così oscenamente titolato in un quotidiano di grido e ormai anche lui perdutamente di gridi, «Il killer è l’uomo, non è il sisma».

Nella feroce reazione di Ellen alla notizia che il marito ormai prossimo a morire «già parlava di tornare in America, di mettersi a scrivere il suo libro», c’è tutto il tragico equivoco tra giornalismo e creazione letteraria: «Libri! Esclamò Ellen quasi con scherno. Libri! È il sogno di tutti i giornalisti, di tutti questi scrittori mancati» (p. 288).

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