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Presentazione del volume "Il genio Palermo vita morte e miracoli di un Dio" di Carmelo Fucarino

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Il volume è acquistabile sul sito della casa editrice Thule all'indirizzo http://www.edizionithule.it/catalogo-thule-libri/libreria-online-thule/narrativa/product/39-il-genio-palermo-vita-morte-e-miracoli-di-un-dio-carmelo-fucarino.html

La Mariposa

Nell’accorata rêverie di ultra novantenne, Eugenio Scalfari (sua rubrica Il vetro soffiato, in L’espresso, 4 agosto 2016, pp. 100-101) sul ritmo dei due endecasillabi, «Le case che nei tempi ho frequentato / e il racconto nei sogni e nella vita», allarga la rimembranza ai luoghi eccezionali, la Recanati di Leopardi, la Caprera di Garibaldi e la S. Elena di Napoleone, indugia su altri luoghi che evocano uno spirito e un significato. Tutto un preambolo di tópoi di geni per dire del suo luogo, il caffè Rosati, postazione dal 1950 degli amici del Mondo di Pannuzio (richiama il viaggio nella memoria del saggio La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal «Mondo» alla «Repubblica», Einaudi 2009). Vi si era passati dalla terza saletta di Aragno e poche erano state le deviazioni, Carpano, Golden Gate fino allo Strega. Per chi visse quegli anni mitici sarà un colpo al cuore. A me interessa sapere dei “devoti”. Certo, Mario Pannunzio e il suo doppio di ferro Franco Libonati. A seguire l’altra coppia, Sandro De Feo ed Ercole Patti. E poi Moravia, Morante ed altri del Coro che per me, fuori del gruppo e ragazzo, suonano nomi. Tra le dieci e le undici arrivavano gli altri, Brancati, Flaiano, Gorresio, etc. e fra loro Gian Gaspare Napolitano. Da virgolettare: «Poche le mogli accolte nel gruppo e pochissime ammesse al diritto di parola. Se ne vendicavano bonariamente, giudicandoci da qualche tavolo di distanza». Vi risparmio l’arrivo verso mezzanotte di Saragat, “il teschio sul gagliardetto”, «politicamente fatuo, culturalmente inesistente, circondato dalla “banda del buco”». Dopo mezzanotte l’ultima ondata, Maccari ed altri e il cinema, Rossellini Stoppa Proclemer Rossi Drago. Fra la banale battuta di Pannunzio e quella esistenzialista di Flaiano («siamo un gruppo di uomini indecisi in tutto») e la battutaccia, d’uso allora, di Moravia in risposta allo sfrigolio, “spirito di patata”, Scalfari annotò: «Gian Gaspare, silenzioso, fantasticava della sua “Mariposa”». E ricreava quel particolare spirito dei tempi del Rosati: «Questo era il cerchio esterno del gruppo, giornalisti, scrittori, artisti. Vitelloni con un pizzico di snob. Molto misogini. Molto voyeurs. Molto indolenti. Alquanto sciroccosi. Testardamente sedentari, eccetto Moravia e compreso invece Gian Gaspare, che pure aveva viaggiato per mezzo mondo, ma sembrava non si fosse mai mosso da quella strada e da quei caffè. CORREVA L’ANNO CINQUANTA. L’Italia era ancora profondamente contadina e papalina. Il partito comunista rumoreggiava ai bordi delle istituzioni. "Il Mondo" era stato fondato da un anno e vendeva quindicimila copie. Non ne avrebbe mai vendute molto di più, ma la navicella dei liberal italiani aveva preso il mare».

Per i miracoli di Amazon ho fra le mani una copia, usata ma come se fosse uscita dalla stampa, della Mariposa nell’edizione 1950 della Vallecchi. Denudato il volume dalla sovracopertina, scena di colorati danzatori in sinuosi movimenti latino-americani, mi ritrovo quella familiare emozionante copertina gialla della “Collezione di letteratura contemporanea”. All’interno della sovracopertina, sua ferita sanata da un frammento di nastro adesivo, l’elenco di narratori, poeti e saggisti che rimescolano miei ricordi e amori mai sopiti. Nell’aletta anteriore il ritratto di Gian Gaspare, di profilo, assorto a capo chino, quasi in un momento di arcana mestizia, sullo sfondo inferiore, in nero, occhi e fronte di un volto, una foto istantanea, ritaglio di chissà quale evento. Come se l’editore non avesse trovato o richiesto nulla di meglio, una vera foto ritratto. A seguire il giudizio critico firmato “La volpe d’argento”, che scoprirò poi soprannome di Eddie assente protagonista e titolo del terzo romanzo. Mi sconvolgono il tatto di quella carta ruvida, da dopoguerra, e quel profumo quasi ancora vivo che mi immerge negli anni della puerizia. Il giovane edicolante per sorprendere la mia possibile ignoranza mi traduce “la farfalla in spagnolo”. E con questo viatico con religiosa delicatezza mi sono immerso in questo mio ritorno. E ne avevo bisogno.

La prima sorpresa è la scoperta della struttura, una raccolta di tre romanzi brevi, dei quali il primo ha fatto da apripista. Non so se di richiamo con il titolo esotico. Così romantico è lo sfondo, il Messico che ben conosco, la capitale con la varietà di stranieri, italiani e americani, e anche quella a me familiare di Chichen Itza e il passaggio archeologico fra le meraviglie naturali di Oaxaca, oggi detta anche de Juárez, le sue tombe di Monte Alban e il tesoro della tomba n. 7. Altra curiosità, il narratore protagonista si chiama Alberto Malaspina, il nome del mio quartiere palermitano. Evidente anche l’identificazione biografica dell’archeologo, “allievo della scuola militare” e “nato viaggiatore”. E la polemica ricorrente in altri testi sulla religione e sulla fede («sono nato cattolico»). Infine la scoperta che sconfessa la variopinta farfalla del mio giovane libraio Greco: è il nomignolo popolare del palobianco, «al vertice d’un albero lungo e spoglio c’era un fiore solitario bianco», sulla costa così chiamato anche quello dell’albero del pane.

Si tratta di tre storie di amore e di morte, con protagonisti, direi, tormentati dal rimorso di una morte arcana e senza spiegazione. Il primo racconto parte dagli incontri di amicizia e di amori in una farmacia di italiani della capitale messicana. L’ambiguo amore della cantante Lupe (diminutivo di Guadalupe, possessiva e allupata come la lupa verghiana) e l’arcana angoscia di Aileen, moglie di Van Hassler, petroliere ricco sfondato scomparso in volo su un aereo. Questa si perde nella morfina, nello sfondo dello spaccio e di assassinii, e quando festeggia la guarigione con una fastosa rinascita, la scena di sballo di Capodanno fra morfinomani che sembra vista oggi. La seconda storia si dipana a partire da un dottore muganga, “stregone”, che cura gli “addormentati” del Congo e si interroga sul tamtam Mayumbe, nel suo ansiosa tour per i villaggi tropicali. Anche qui la storia di amore tra un losco trafficante e i tradimenti dell’ingorda e sensuale amante indigena, Madalena (la peccatrice perdonata?), in un Congo di fantasmi e sfruttatori, ove era cominciata la professione di reporter di Gian Gaspare. L’incanto del racconto sta in quel misterioso tamtam, indecifrabile codice di comunicazione di un popolo in fuga fra capanne disertate, in una foresta putrescente di malati di malattia del sonno, il cui rimedio tedesco, se non ti ammazza, ti lascia cieco. Dulcis in fundo, la scorribanda nella magica New York del mio immaginario, in luoghi a me familiari come casa propria. È la ricostruzione di una città prima del 1950, racconto amato anche dalla cara Giovanna, promotrice ed archeologa della memoria culturale paterna. È l’eccezionale esperienza di un giornalista, ora divenuto Nino Santini, Nick per gli amici della Big Apple, tra due donne, Ellen, moglie dell’amico reporter Eddie, e Kay l’amica amante, ugualmente rose dal rimorso per la morte del loro uomo. Era misteriosamente fuggito e dissanguato da una bomba nella guerra franchista. Per quale dei due amori decise di andare in prima linea? Misterioso Eddie, anche per me che resto nell’ignoranza di dare nome e volto all’autore della presentazione che si firma con quell’oscuro suo soprannome. Dice qualcosa l’operazione tedesca Volpe d’argento (Unternehmen Silberfuchs), l’attacco al porto russo di Murmansk? O è l’astuzia della volpe mista alla preziosa eleganza della pelliccia di volpe argentata? E come poteva scriveva l’appunto critico, se era morto tragicamente nel romanzo? Sarebbe stato utile un semplice spiraglio. Eppure il mistero è per me ferreo ed affascinante, l’ambiguità di una morte annunziata e fortemente investigata dalle due amanti. Per chi da un decennio trascorre le strade della Grande Mela e ne sente familiari i luoghi è un’intensa emozione ritrovarli e riviverne le esperienze assieme ad uno scrittore che ne sperimentava la vita almeno sessant’anni fa. Si prova tanto struggimento a ritrovarsi con Gian Gaspare sulla gradinata di Saint Patrick, lungo la cangiante Fifth o al Rockefeller Center New’s Reel o sulla maestosa scalinata della Public Library, a risentire l’odore di quel fiume e di quel mare oltre la Statua. Ma più sconvolgente quel passaggio dalla Battery a Staten Island e il ricordo di Meucci e le sue candele e di Garibaldi che si chiamava Bread, pane, e che sbarcarono a braccia, «non poteva muoversi dai reumatismi e non voleva farsi vedere a New York conciato a quel modo». Ho visitato più volte il Garibaldi-Meucci Museum e ne risento gli odori e ne ricreo nella mente la visione di quella casetta stile coloniale, davanti il recinto con il busto e i cimeli, veri o falsi che siano. Ora attraverso i ricordi di un italiano che aveva sentito il racconto dal padre, rivedo l’arrivo di Garibaldi e la sua vana ricerca di un lavoro e la chiamata di Lincoln, alle prime sconfitte, «Qui ci vuole Garibaldi!» e il rifiuto dell’eroe. E accanto alla NY dei numerosi paesani di Staten Island, già allora decine di migliaia, quella della modernità di quegli anni, la sorpresa del biliardino elettrico e del jukebox. Sono tre universi lontani, con grado di civiltà, direi di sviluppo e modernità di abissali differenze, in cui si rifugge dal folklore o dal gusto dell’esotismo fine a se stesso, come si precisa nel risvolto di copertina. Eppure non manca la crudezza nauseante del messicano combattimento dei galli, né lo “struscio” del Giovedì Santo alla Easter Parade con le donne in cappellino nuovo e gli uomini in cilindro e cravatta, i portieri in uniforme fra le abusate Madison e Lexington e i marciapiedi traboccanti di vita, ferma ogni attività. L’America, «Per me, e per milioni di uomini, che non sono mai stati qui». L’America ricca da far paura nel brivido e nel presentimento del lavacro universale. Scrive su Gian Gaspare l’anonimo: «il mondo l’ha girato davvero in lungo e in largo, in guerra e in pace», sa «per vissuta esperienza, che abitiamo in un mondo solo, che siamo tutti, si direbbe, nella stessa stanza». Il mondo cioè diventa un sentimento interiore, il desiderio di sentirsi uniti tra noi, partecipi delle esperienze di tutti. Direi però che l’angoscia per la perdita domina nelle tre vicende, una scomparsa senza spiegazioni e senza precisi perché che brancola nel mistero e spinge alle domande tragiche che trascendono e si consumano spesso nella perdizione e nella follia. Napolitano in questa trilogia ha voluto rappresentare la sua interpretazione del dolore, con disincanto, talvolta con crudele anatomia, gli amori carnali e violenti di donne, davanti al cui furore anche lui sa cedere anche se con distaccata superiorità.

Peccato che il libro vive il suo sonno nella polvere delle biblioteche. Perciò questi miei interventi vogliono essere un invito alla riscoperta di uno straordinario giornalista scrittore. Metto accanto le due attività dello spirito, ugualmente nobili se fatte con decoro e etica, perché l’estetica è anche etica. E Gian Gaspare lo fece. Fu giornalista con le capacità narrative dello scrittore. Fu narratore con la profondità e l’acume di indagine del giornalista. La realtà umana è colta nelle notazioni essenziali, l’animo rivive nelle sue sfumature. In un giornalismo che si nutre di veline e di comunicati di “agenzie”, fra tanti scrittori seriali di gialli e neri, perniciosi come tutti i seriali, la ventata di umanità, nel bene e nel male, farebbe bene ad un popolo angosciato e sfiduciato che si illude delle promesse miracoliste dei capipopolo, immemori di Masaniello e Ciceruacchio.

Senza nulla obiettare sul costume già allora, come oggi, imperante di giornalisti che avevano facile accesso alle grandi editrici, ma non sapevano neppure cosa fosse il giornalismo alla Pannunzio. Anche oggi basta essere cantante, calciatore, uomo di intrattenimento o politico per essere accolto nell’Olimpo della Mandazzoli e soci. E basta essere donna e avere un protettore per pontificare e sgrammaticare in etere e in video. La notizia vive solo negli scalmanati talkshow. Impera oggi e si osanna lo storytelling, tutto è narrazione, anche le news, la vita che si perde in rivoli e si autoesalta nella banalità e nelle idiozie di FB. E si può narrare per dieci ore sulla scomparsa di Amatrice, rendendo ogni anonimo celebre per un secondo. O accusare e preannunziare processi, perché, come predica un vescovo, «Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!», così oscenamente titolato in un quotidiano di grido e ormai anche lui perdutamente di gridi, «Il killer è l’uomo, non è il sisma».

Nella feroce reazione di Ellen alla notizia che il marito ormai prossimo a morire «già parlava di tornare in America, di mettersi a scrivere il suo libro», c’è tutto il tragico equivoco tra giornalismo e creazione letteraria: «Libri! Esclamò Ellen quasi con scherno. Libri! È il sogno di tutti i giornalisti, di tutti questi scrittori mancati» (p. 288).

War reportages

Nella preziosa collana selleriana di “La Memoria”, al n. 122 di quei libricini dalla copertina di un blu cupo, in una sera di questa bizzarra estate caracollante tra il caldo sahariano e il freddo polare, mi è venuto per le mani uno strano titolo, In guerra con gli Scozzesi. A primo acchito si ha l’impressione che si voglia arditamente entrare in guerra con questo popolo eccezionale. Si pensa subito al kilt e si immagina il gonnellino al maschile con strambi aggeggi alla cintola. Per un patito di storie romane si para davanti il vallum Adriani a spiegarne carattere e costumi. Per altri più europei salta in mente la tragica Maria Stuarda.

Divagazioni a parte, leggendo l’incipit balza evidente l’abbaglio. Il “con” vuol dire proprio “assieme”. Il comandante «scozzese di mezza età, coi baffi a spazzola, i capelli radi e sottili divisi nel mezzo, etc.», sta presentando il tenente Pinto, ufficiale italiano di collegamento. In poche parole con l’accoglienza in un posto a tavola il nostro soldato diventa per semplificazione John ed è fatto sir. Però… c’è un grande ma che imbriglia gli entusiasmi. Ai convenevoli di cortesia si alza il muro del carattere scozzese, «parlano poco», almeno «sinché dura la guerra», “una faccenda troppo noiosa”. Poi il muro diventa invalicabile: «è praticamente impossibile per un britannico parlare altra lingua che l’inglese» (p. 11). In frasi allusive sono i commensali a spiegare per quale maledetta missione un italiano che parlava l’inglese come la sua lingua era finito nel reggimento Black Watch, quello terribile di Waterloo. Insiste sul fatto che loro sono “orsi”, e prosegue con le differenze: vino con tè e whisky (la precisazione sulla soda e le mitiche marche a p. 56) , il su e giù in Egitto, l’ardua faccenda dei «kilos, dei chilogrammi, o si tratta di chilometri», il sistema metrico decimale, forchetta e coltello per il dolce contro forchetta e cucchiaio, la guida a sinistra, la complicata questione dei gradi militari contro i nostri per decreto (pp. 41-42). Gustoso ed indimenticabile il colloquio con il rodesiano Michele, stufo di musei, chiese e antichità visitate da bambino con la famiglia e l’insolubile mistero del bidet, ove con grande soddisfazione si lavava i piedi. «- uno di questi giorni lo capirai da te – lo capirò da me. Sei sicuro? – Appunto. E si tratta di un oggetto che un gentiluomo non può nominare» (p. 23). Qualcosa risulta sconvolgente, senza retorica, a me del 2016, vedovo non inconsolabile della Brexit, tanto da rinverdire la giovinezza di questo volumetto, semplice raccolta di reportage del trentaseienne Gian Gaspare Napolitano (nato a Palermo il 1909 e morto il 1966) apparsi su “Libera Stampa” di agosto-novembre 1945: è la conclusione sconsolante a proposito della semplicità del sistema decimale: «Certo, molto semplice. Ma io ho paura, che come tutte le cose semplici sia troppo complicata per noi. Ho proprio paura, John, che sia terribilmente difficile per un britannico diventare europeo» (p. 14). Il colloquio è esemplare tra la sicurezza dell’italiano «voi siete europeo, signore. Voi abitate in Europa… un’isola, ma in Europa» e la conclusione del Padre, «ho paura, signore, che noi siamo appena degli scozzesi» (p. 14).

Il Pinto tutto inglese che gradisce anche il porridge, tiene a precisare al rude capitano medico le ragioni della sua presenza, non “a titolo personale”, ma come lavoro in difesa del suo paese sconfitto, anche se «questa storia sta per finire»: «Ai ragazzi che saranno morti sarà servito a qualcosa essere andati a letto sapendo che la guerra sta per finire?».

Ma c’è la tragedia della guerra fra tutte le incomprensioni e la morte e il rito sacro della sepoltura, come quel padre Grant che gira con le sue grandi croci a segnare nomi e carriere dei suoi morti scozzesi. E quando si trova davanti al piccolo tumulo di Archie e si sorprende di trovarvi dei fiori il 2 novembre. «– Chi ha messo questi fiori?». E il contadino imbarazzato gli dice che erano andati al cimitero a portare fiori ai loro morti ed erano venuti anche là. Padre Grant «corruga le ciglia, come fa ogni volta che non capisce una cosa» (pp. 58-60). Perché rimane sempre una maledetta questione. Quando padre Grant va con le sue sedici croci e la sua spinetta da campo a fare la funzione funebre, vorrebbe Pinto chiedere di pregare per i cattolici e ne è sconsigliato, perché ognuno ha i suoi morti, «i morti sono morti. Voglio dire: sono tutti eguali», ne riceve risposta, «ma i vivi no» (p. 78).  Eppure c’è qualcosa che stride con questa uguaglianza. I morti civili sono tutt’altra cosa, il vecchio ferito con il cranio aperto da una scheggia: «un sangue povero, acquoso, usciva dalla ferita su un cuscino orami inzuppato da quel liquido». Aveva il figlio tisico (pp. 85-86). E sempre la morte che incombe con la sua oscena sarabanda. Anche quando risulta più indecente, la morte proprio in zona limite, quando si era “agli sgoccioli” come quella del capitano Shaw, che amava Glasgow, «come una donna brutta che ti sia entrata sotto la pelle», falciato alla presa di Cesena, «pallido e che puzzava di morte»: la guerra era finita per lui (pp. 83-84).

Eppure a sprazzi in questi bozzetti si intravede la fede, tra le bestemmie vere degli italiani e le “male parole”, “monotone”, degli inglesi che «non pigliano confidenza con i santi» (p. 31). O in quella suorina che fra gli sfollati sotto la pioggia e a piedi nudi porta il pesante crocifisso, «piccola, minuta, nera con quei piedi bianchi e lisci sulla mota sembrava una rondine trasportata nel vento di una tempesta» (p. 34). Perché in quella domenica, costretto alla messa come un servizio, fra la Church parade, l’ispezione per la messa, e l’inno Avanti soldato cristiano, presso la chiesa semidistrutta di San Patrignano, fra scozzesi cattolici dei tempi di Maria Stuarda e abitanti del contado leggermente sorpresi, la domanda di John, cattivo cattolico, perché non va a messa: «è dunque questo Dio?, si domanda l’ufficiale italiano. Dio, sei tu qui? E Dio è con loro, e con gli scozzesi alle loro spalle, e con tutti gli uomini la domenica mattina, dopo la battaglia» (p. 52).

Ma chi era questo John e cosa ci faceva. Era di Roma, era pagato come tutti gli altri ufficiali, e lo faceva perché ne aveva bisogno. Dopo avere accettato un bicchiere di vino, gratis, dalla moglie del contadino, che lamenta le rapine dei Tedeschi e teme il loro ritorno, la rassicurazione che per loro la guerra era finita. Però… scatolette, scarpe, sigarette, sapone, coperte alleate, «ve li potete tenere, ma non vendere», però… senza farsi vedere dalla Military Police coi berretti rossi, se no dolori per «tutti e mesi di galera per gli uomini». Un popolo ai margini di una catastrofe che cerca di sopravvivere, stritolato fra due eserciti che mitragliano, John depreca e teme le nebelwerfer, la “maledetta bestia”. Lui al seguito degli alleati consiglia: «Nascondeteli bene. Come avete fatto con le ragazze. Dove avete nascosto le ragazze? Non voglio saperlo». Nascondete le biciclette pure, finché non saranno arrivati i berretti rossi. Poi potranno circolare di nuovo. (p. 76). Gli altri predatori, i requisitori.

Nella tragedia di vite in equilibrio le tante imprese inutili, fatte con gravi rischi per nulla, la ricerca di un guado nel Savio, “tutta fatica sprecata” (p. 39) o l’evacuazione dei civili, quando non ce ne era bisogno perché i Tedeschi si ritiravano (p. 88). Qualche scoppio improvviso, tanti feriti che il medico scozzese non curava in prima linea, la familiarità che si acquista catapultato in una buca sopra un altro soldato.

Strabiliante in tanto fair play la gioiosa rappresentazione della festa, tutta inglese e protocollare, con il battaglione che si diverte per l’onorificenza del comandante, in kilt tirati fuori dalla canfora e l’enorme suonatore di cornamusa che entrò nella camera da letto tramutata in sala da pranzo nella sua uniforme tradizionale, «suonando a perdifiato la carica reggimentale», «un giro intorno alla grande e ammutolita tavola, prima di presentare la cornamusa al colonnello», (p. 66)

E a conclusione lo spiraglio di un altro universo, con la partenza in segreto per la Palestina degli Scozzesi e il passaggio al battaglione indiano Tika. Anche qui non si fidano di lui, fra problemi di lingua e costumi diversi. E il medico che opera sul posto e la complessità dei pasti tra indù e musulmani e “intoccabili”: “Dimmi come mangi”. Peccato che la corrispondenza di guerra si interrompa con questo contatto soltanto fugace ed epidermico con un universo diverso, uno dei tanti popoli che passarono sulle nostre terre per liberarci.

Letti così, con la forte carica umana, le corrispondenze poco sanno di guerra, se non nello sfondo, nella scenografia che si sente crepitare intorno, nelle incursioni aeree, nelle centinaia di morti e feriti visti solo da una parte. È il racconto dall’interno di un reggimento che avanza, di una vita che scorre fra questi uomini con i loro problemi esistenziali e materiati di quotidianità. Il popolo che abita quelle terre scorre, necessariamente assente o sullo sfondo, come i contadini di Calatafimi al passaggio di Garibaldi, estraneo, quasi di straforo. Ma anche un popolo che si affaccia quasi indifferente. che lotta per le primordiali necessità, i mezzi di sussistenza, vitto e abbigliamento, talvolta donati, spesso venduti dai militari con contrabbando e mercato nero, severamente puniti.

Ps. Referenze – Gian Gaspare Napolitano, In guerra con gli Scozzesi, Sellerio, Palermo, 1986; traduzione In war with the Black Watch, prof. Ian Campbell Ross – Università di Dublino, Dublin, Birlim lim., 2007.

Giuvanni Meli abate pi scherzu

Comu fu e comu nu’ fu l’abate Giovanni Meli morì il 20 dicembre 1815, proprio duecento anni fa, mentre i convitati del castello di Schönbrunn con allegri brindisi azzeravano l’Europa illuminista e napoleonica e portavano indietro l’orologio della storia. Perché dirlo? Perché Meli fu un illuminato, esordì a quindici anni nell’Accademia del Buon Gusto (attiva fino al 1791), quando cantò il Trionfo della Ragione, passò a quella nobiliare, l’Accademia della Galante (il 1762 scrisse per caso La Fata Galante), per finire nel 1766 all’Accademia degli Ereini, l’Arcadia greca, localizzata, secondo Diodoro, sui monti dove sarebbe nato il tragico Dafni, inventore della poesia bucolica.

Di tutta la sua vita frenetica voglio riprendere soltanto il momento della sua acme professionale e culturale, la data del 1787, quando da medico di Cinisi stipendiato dai benedettini di S. Martino delle Scale ottenne la cattedra di chimica all'Accademia degli studî di Palermo. Proprio in quell’anno raccolse e pubblicò in cinque volumi il suo corpus poetico. L’edizione completa, si badi bene, in sette volumi, sarebbe uscita il 1814.

Da questa prima superba edizione del 1787 voglio estrapolare passi dall’estroso e celebre componimento, il Ditirammu, poesia di un’altezza audace e di sfrontata e plebea comicità, degna dell’inventore del genere poetico richiamato nel titolo, quell’Arione, come affermava Erodoto, o chiunque egli fosse. Era un ritmo di melica corale in onore di Dioniso, dalla quale, diceva Aristotele, sarebbe nata la divina tragedia, genere poetico dionisiaco per eccellenza. Il ditirambo fu con i suoi abituali tetrametri trocaici la poesia della passione e del tragico, della morte e della resurrezione. Dai moderni pertanto fu intesa come poesia dell’abbandono e dell’estasi, della pazzia sfrenata nel deragliamento del vino.

Perciò, sintiti sintiti che bella compagnia si prepara ad invadere la taverna. Questo è siciliano, cari Verga e Buttitta e Camilleri, di un cromatismo pittorico che poveri moderni ve lo sognate e questa è poesia. Senza regole di prosodia e metrica, sfrenati come la combriccola. “Tutti silenziu, Sintiti sintiti”.

Sarudda, Andria lu sdatu, e Masi l’orvu,

Ninazzu lu sciancatu,

Peppi lu foddi, e Brasi galiotu

Ficiru ranciu tutti a taci-maci

’Ntra la reggia taverna di Bravascu,

Purtannu tirrimotu ad ogni ciascu.

 

E doppu aviri sculatu li vutti,

Allegri tutti misiru a sotari

E ad abballari pri li strati strati,

Rumpennu ’nvitriati

’Ntra l’acqua e la rimarra, sbriziannu

Tutti ddi genti chi jianu ’ncuntrannu.

 

E intantu appressu d’iddi

Picciotti e picciriddi,

Vastasi e siggitteri,

Cucchieri cu stafferi,

Decani cu lacchè

Ci jianu appressu facennuci olè.

Sarebbe bello seguire questa sganasciata brigata lungo il Cassaro della Palermo del 1787, che, se vi aggrada, potrete conoscere meglio dal sulfureo Goethe che, sbarcato a Palermo proprio il 2 aprile, era ospite nell’albergo di Francesco Benso alla Marina accanto a Palazzo Butera e lo percorreva morbidamente sulla munnizza per comodità delle carrozze. Ed era Palermo al-Aziz, per la cui bellezza mancavano le parole, non come si continua a vanvareggiare per tristo piacere sadomasochistico: «Com’essa ci abbia accolti, non ho parole bastanti a dirlo: con fresche verzure di gelsi, oleandri sempre verdi, spalliere di limoni ecc. In un giardino pubblico c’erano grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L’aria era mite, tiepida, profumata, il vento molle. Dietro un promontorio si vedeva sorgere la luna che si specchiava nel mare; dolcissima sensazione, dopo essere stati sballottati per quattro giorni e quattro notti dalle onde!».

Ma seguiamo la nostra sfrenata brigata di seguaci di Dioniso nella loro scorribanda tra Cassaro e vicoli della vecchia Palermo, tra via dei Chiavittieri e via dei Coltellieri, per le vie dei Frangiai, dei Cassàri e dei Materassai, che oggi incrocia con via Giovanni Meli.

Allurtimata poi determinaru

Di jiri ad un fistinu

Di un so vicino, chi s’avia a ’nguaggiari,

E avia a pigghiari a Betta la cajorda,

Figghia bastarda di fra Decu e Narda;

L’occhi micciusi, la facciazza lorda,

La vucca a funcia, la frunti a cucchiara,

Guercia, lu varvarottu a cazzalora,

Lu nasu a brogna, la facci di pala,

Porca, lagnusa, tinta, macadura,

Sdiserrama, ’mprisusa, micidara.

Lu zitu era lu celebri ziu Roccu,

Ch’era divotu assai di lu diu Baccu;

Nudu, mortu di fami, tintu e liccu;

E notti e jornu facia lu sbirlaccu.

Mi dispiace abbandonarli in questo indiavolato fistinu, ma chi vuol conoscere il resto, Giuvanni è sempre pronto ad accompagnarvi. Vi riserva un Don Chisciotti e Sanciu Panza, due eroi nelle terre sicule:

Don Chisciotti spirdutu ntra timpesti;

Sanciu si agghiummarìa 'mmenzu 'a nivi.

Oppure sentire dell’Origini di lu Munnu:

Jeu cantu li murriti di li Dei,

chi vulennu sbiarisi cu nui,

crearu un Munnu chinu di nichei,

d'omini pazzi, eccettu 'un si sa cui;

jeu di li soi, e Tiziu di li mei...

Io voglio seguire solo per un po’ il caro Sarudda, che, tracannando un bicchiere dopo l’altro, fa un portentoso sberleffo ad un tipo che a Palermo si sciala in una trentina di siti assai diversi, qua e là, a dove capita, per più di quattrocento anni.

Primu di tutti Sarudda attrivitu

Stenni la manu supra lu timpagnu,

E c’un imperiu d’Alessandru Magnu,

A lu so stili, senza ciu nè bau,

A la spinoccia allura s’appizzau.

Fra i tanti abbacinati brindisi il nostro Sarudda ad un certo punto così s’adira, con una frase che mi fa venire i brividi per la sua sonorità. Ci pinsati, risentire ancora lu diantani, che solo noi di una certa età sentivamo dai nostri nonni! Altro che abate, come lo si babbiò per la strana foggia del suo vestito. A voi:

Scattassi lu diàntani,

Chi vogghiu fari un brinnisi

A Palermu lu vecchiu, pirchì in pubblicu

Piscia e ripiscia sempri di cuntinu

’Ntra la funtana di la Feravecchia;

E pisciannu e ripisciannu

Lu mischinu cchiù s’invecchia.

Jeu vivu in nomi to, vecchiu Palermu,

Pirchì eri a tempu la vera cuccagna;

Ti mantinivi cu tutta la magna,

Cu spata e pala, cu curazza ed elmu.

Ora fai lu galanti e pariginu,

Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu;

Ma ’ntra la fitinzia dasti lu mussu,

Ca si’ fallutu ohimè senza un quatrinu.

Oziu, jocu, superbia mmaliditta

T’ànnu purtatu a tagghiu di lavanca;

Tardu ora ti nni avvidi, e batti l’anca;

Scutta lu dannu, pisciati la sditta.

Palermo la mischina di oggi, più tragica di quella del nostro Giuvanni, che avrebbe goduto del re profugo con tutta la sua regia, quel buonuomo che si divertiva in quella reggia stravagante di cineseria, oggi spregiata come Palazzina, mentre preparava ricottine, oppure riempiva carnè di selvaggina nella sua reggia di Ficuzza sotto l’incombente bosco sotto l’augusta Rocca Busambra.

Ma vàjanu a diavulu

St’idei sì malinconici;

D’ora ’nnavanzi in cumpagnia di Baccu

Vogghiu fari la vita di li monaci,

Quali cantannu, vivennu, e manciannu

Càmpanu cu la testa ’ntra lu saccu.

(Ditirammu, da Opere di Giovanni Meli, Salvatore Di Marzo editore, Francesco Lao tipografo,

Palermo 1857).

 

Duecento anni e non sembrano, Come si fa, cari miei, a scordarsi di un tale poeta che tutti ci invidierebbero, se avessero la fortuna di conoscerlo. Vergognatevi, palermitani dell’incuria e dell’abbandono, palermitani (lo scrivo minuscolo) dell’ignoranza, stanchi delusi disamurati.

Chi sono Porta, Belli e Pascarella, in confronto al maestoso, immenso Giuvanni?

 

Un riconoscimento si deve al Comitato organizzatore del Bicentenario della morte di Giovanni Meli (vedi portale incompiuto e derelitto del Comune), segretario Giovanni Mazza, consulente letterario Salvo Zarcone, presidente Centro studi Linguistici e Filologici Siciliani Giovanni Ruffino.

Riparto da “La roccia”

di Domenico Bonvegna

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Mi è già capitato altre volte, a settembre quando inizia la scuola, la mia piacevole e faticosa attività di giornalista freelance subisce qualche contraccolpo, si presentano varie tentazioni, prima fra tutte quella di lasciar...

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Presentazione del libro Quei dolori ideali

Venerdì 9 ottobre  alle ore 17.30
Galleria d’Arte Studio 71
Via Vincenzo Fuxa, 9 - 90143 Palermo
presentazione del volume di Aldo Gerbino

Presentazione del libro Quei dolori ideali

Quei dolori ideali 
150 ed oltre: d’una Italia Unita.
Voci dalla Sicilia

incontri a cura di Vinny Scorsone

Int...

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Gilbert K. Chesterton: grandezza e attualità di uno scrittore cattolico

di Fabio Trevisan

Nel terzo capitolo del saggio: “Ciò che non va nel mondo” del 1910, Chesterton descriveva le caratteristiche della neo-ipocrisia: “L’ipocrita di oggi è una persona i cui scopi sono in tutto e per tutto religiosi, ma finge che siano m...

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Convegno a roma Pio XII tra i Santi

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AA.VV., L'essere del linguaggio, il linguaggio dell'essere a cura di Filippo Silvestri e Ivan Pozzoni (Ed. Limina Mentis)

Authors: ThuLeggi News

di Andrea Mileto

AA.VV., L'essere del linguaggio, il linguaggio dell'essere a cura di Filippo Silvestri e Ivan Pozzoni (Ed. Limina Mentis)È stato appena pubblicato un volume filosofico frutto di vari contributi, tutti di alto livello, pubblicato dalla Casa Editrice Limina Mentis di Villasanta (MB) www.liminamentis.com, dal titolo L'essere del...

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Lo Zucco e il suo territorio. Storia, Sviluppo e Cultura

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“Marranzano d’argento 2015″ a Tommaso Romano

di Maria Pia Iovino

Palermo, 22 settembre 2015 -  Spessore e commozione a Palazzo Branciforte. Due eventi di preminente importanza socio-culturale, sia per lo spessore dei relatori che, per l’essenza dei suoi elementi. Il primo, la presentazione...

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Premio Narrativa Bergamo Oltre 2015

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Salvatore Grillo Morassutti, Il delitto Sicilia (Ed. Bonfirraro)

Authors: ThuLeggi News




di Sandra Guddo Spatola

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Nell’ottocento il  romanzo storico raggiunse la sua massima espressione con i “Promessi Sposi” di A. Manzoni. Tale genere letterario, con alterne fortune, ha trovato, quasi un secolo dopo, conferma de...

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Un’istituzione di prestigio: il Senato di Roma

di Lino Di Stefano

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   La quasi totalità degli Stati del mondo ha due Camere legislative che  formano il Parlamento: una Assemblea dei Deputati e un Congresso di Senatori; sono, infatti, poche le Nazioni con una sola Camera preposta a...

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