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Una tragedia giapponese

Così riporta come sottotitolo il libretto, testi di Luigi Illica e di Giuseppe Giacosa, la coppia affiatata e di grande successo che ha dato parola a tante musiche di opera. Lo scapestrato della provincia di Piacenza (Castell’Arquato), dopo le sue scorribande per il mondo, si trovò in sintonia con il commediografo di grido e con lui offrì a Puccini anche i testi di La bohème e la Tosca, che non poco contribuirono ai successi del genio di Torre del Lago. Illica redasse da parte sua i libretti di Iris a Mascagni e l’altra opera di fama l’Andrea Chénier di Giordano e infine La Wally per Catalani. Fu la sua inattesa fortuna collaborare con il commediografo che spadroneggiò nei teatri negli anni che andarono dal 1871 con Una partita a scacchi fino ai capolavori di Tristi amori (Teatro Valle di Roma, 1887) a Come le foglie (Teatro Manzoni di Milano, 1900). Formarono con Puccini il trio perfetto che da vicende straordinarie trasse spunto per un assoluto connubio tra parola e musica. D’altronde lo stesso Puccini dichiarava nel suo epistolario: «La musica? cosa inutile. Non avendo libretto come faccio della musica? Ho quel gran difetto di scriverla solamente quando i miei carnefici burattini si muovono sulla scena. Potessi essere un sinfonico puro (?). Ingannerei il mio tempo e il mio pubblico. Ma io? Nacqui tanti anni fa, tanti, troppi, quasi un secolo» (lett. 179, marzo 1920). Sarebbe lungo tracciare questo straordinario percorso, ma i titoli pucciniani da soli documentano la rivoluzione musicale, in una fedeltà alla tradizione italiana e in quell’immersione nella rivoluzione wagneriana che apriva nuovi orizzonti con la sua «opera d'arte totale». Per quel che ci permette lo spazio di un commento ci limiteremo a ricordare la genesi e l’iter di questa opera da quel 17 (funesto anche per me che non credo ai numeri) febbraio del 1904 alla Scala, quando una delle sorelle scrisse: «Siamo arrivati in fondo non so come. Il secondo atto non l'ho sentito affatto e, prima che l'opera finisse, siamo scappati dal teatro». Più preciso Ricordi annotò: «Grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate, i soliti gridi solitari di bis fatti apposta per eccitare ancor di più gli spettatori, ecco, sinteticamente, qual è l'accoglienza che il pubblico della Scala fa al nuovo lavoro del maestro Giacomo Puccini. Dopo questo pandemonio, durante il quale pressoché nulla fu potuto udire, il pubblico lascia il teatro contento come una pasqua». È chiaro che dovette trattarsi di una “ubriacatura d’odio”, se il 28 maggio a Parma fu un trionfo che è rimasto incontrastato fino ad oggi in tutti i teatri del mondo. Al Massimo è un ritorno fatidico, con data fissa, lo stesso 18 settembre, ma del 2012. In quella serata fu data l’edizione storica del Teatro Carlo Felice di Genova, scene e i costumi di Beni Montresor, l’artista scomparso nel 2006. Nel ruolo della protagonista la stella pucciniana Daniela Dessì, che ha fatto del ruolo uno dei suoi “cavalli di battaglia”. E poi Roberto Aronica nel ruolo di Pinkerton e il baritono Alberto Mastromarino in quello di Sharpless, Giovanna Lanza (Suzuki), Loriana Castellano (Kate Pinkerton), diretti dal podio da Marcello Mottadelli, regia di Andrea Cigni (cf. on-line mie riflessioni con Madama Butterfly la Medea in salsa giapponese in Lions Palermo dei Vespri blog, 21 settembre 2012, poi in Vesprino, numero trentadue – settembre 2012). In questa riedizione la protagonista Hui He è orientale, una cinese purosangue di Xian, che laureata a quel concorso di Los Angeles del 2000 è divenuta grande interprete di opera occidentale. Il suo amore per Cho Cho-san cominciò subito nel 2003 a Bordeaux, coronato dall’ampia visibilità conferita dalla registrazione del docu-film dall’omonimo titolo, curato dalla regista Marie Blanc Hermeline e distribuito nei canali satellitari francesi. L’interpretazione della tragica geisha è tornata ad Hong Kong per l’inaugurazione della stagione 2006-2007 della Hong Kong Philharmonic Orchestra. Nel 2014 a Rai 1 ha offerto un saggio della sua bravura con Un bel dì vedremo. È habitué di trionfi a Palermo con Aida nel 2013 e Tosca nel 2014. Ella stessa dichiara: «Ho cantato Butterfly almeno cinquecento volte nella mia vita e ogni volta è una grandissima emozione. Questa volta sono affiancata da un cast eccezionale». L’odierna Suzuki è Anna Malavasi, Milena Josipovic è Kate Pinkerton, Brian Jagde è F. B. Pinkerton. La direzione, composta e senza sbavature, è di Jader Bignamini, semplici e senza farneticazioni spettacolari per sbalordire e ingannare gli spettatori le scene di Fabio Cherstich e i costumi di Valeria Donata Bettella. Si può dire una edizione nel solco della tradizione. A due anni di distanza, per chi ha visto le due interpretazioni sono i momenti dei bilanci e dei punteggi. In quell’occasione scrissi della Dessì: «Poi la protagonista, Cio-cio-san, l’eccezionale Daniela Dessì, che l’ha proposta al Metropolitan e di Puccini è una specialista, per qualcuno una Norma perfetta ed unica, anche se ha interpretato le protagoniste di La Bohéme, La Fanciulla del West, Gianni Schicchi, Manon, Suor Angelica, Tabarro, Tosca e Turandot Sarebbe inoltre limitativo dirla interprete pucciniana, se ha scorso l’alfabeto degli autori d’opera da Bellini fino a Zandonai. Di Verdi ha affrontato ben 15 opere (una sbirciatina al suo official web site)». Perciò oggi un certo imbarazzo a stilare una graduatoria, ma soprattutto con grande dolore ora che la direzione e il sovrintendente Francesco Giambrone hanno voluto dedicare questa prima all’indimenticabile soprano, precocemente scomparsa. Basterebbe mettere a confronto le due versioni di Un bel dì, vedremo? La romanza la vince su tutte le letture e trascina e commuove e sconvolge. O percepire il diverso modo di chiudere la scena e l’esistenza con un gesto di estrema religiosità. Scrissi ancora: «qui un harakiri (propriamente “taglio del ventre” e non della gola, rituale serio di espiazione di una colpa o di un disonore e non di una delusione amorosa), con spruzzo plateale di liquido rosso che risulta alquanto comico o alla Dario Argento più che ad effetto scenico tragico. Anche la fantasia vuole un suo spazio, che in effetti la scarna scenografia gli aveva lasciato con la sua sobrietà». Ora l’attenzione si pone sul pugnale, che giustamente nel trailer del teatro è messo come copertina. Non travasi e spruzzi di sangue, ma quel gesto proprio dei samurai e quel roteare sulla terra, mentre disperato si leva quel grido compianto Butterfly Butterfly. Come era tracciato nei dati scenici del libretto: «Poi afferra il coltello e va dietro il paravento. Si ode cadere a terra il coltello, e il velo bianco scompare dietro il paravento. Butterfly appare barcollando, fa qualche passo verso la porta come per aprire, e cade morta». La musica, anche quando prevale unica ed incontrastata per un lungo intermezzo che si cerca sempre di riempire con fuori-testo, qui quella datata coreografia subacquea di nuoto sincronizzato di Esther Williams dal Memorial in rete, che allude a qualcosa che mi sfugge, la musica con il suo elegiaco leitmotiv, il più wagneriano di tutta l’opera all’italiana, trascina sempre, dolce idilliaca e conturbante. È il motivo della madre quindicenne di Nagasaki, - la baia del 1904 poi inutilmente desertificata dal fungo atomico alle ore 11,02 del 9 agosto 1945 a tre giorni di Hiroshima -, defraudata del figlio, del quale poi volontariamente si priva per la di lui fortuna, anche se ritiene che così la sua esistenza non ha più significato. La vicenda è estrapolata dal contesto europeo e quotidiano e trasposta in un paese dell’onirico, in un improbabile Giappone ritmato da un motivetto di poche note, e diventa metafora del mito dell’amore materno. Certo, diverso da quello di Medea, statua dell’orrore e della distruzione assoluta, ma sempre amore che si annulla nell’auto-sacrificio cruento. Il mito tragico ellenico è posticipato in un altro mito esotico e perciò lontanissimo dallo spazio e dalla sensibilità collettiva europea, assunto con pignoleria nelle sue forme più accesamente folkloristiche, come avviene in tutte le incursioni pucciniane nel diverso. Penso alla Parigi delle soffitte bohémiennes o alla terra dei mandarini dell’incompiuta Turandot, rivissuta nella fantasia di Carlo Gozzi, o alla Minnie della Polka con l’invenzione tecnica dello strumento dei minatori della febbre dell’oro, il banjo. Chiudo riproponendomi: «Che dire dell’elegiaco lunghissimo insistito intermezzo sinfonico tra secondo e terzo atto, quel tema così mesto e triste, che sembrava dilungarsi all’infinito, o di quel pezzo di bravura del Coro a bocca chiusa, solo flatus senza valore semantico, o delle celeberrime arie e duetti. Coinvolge sempre una languida emozione, qual non so che di larmoyant che è nella tradizione scapigliata milanese, quello strizzare il cuore nel fluire di Un bel dì vedremo». Perciò non concordo con la solita attualizzazione anche ideologica della storia. Siamo in due epoche lontanissime tra di loro e in quella in cui è assai arduo parlare di “scontro di culture”, come vuol leggere il regista Nicola Berloffa: «È esattamente questo sfondo politico-psicologico che infonde a Madama Butterfly una caratteristica che è di grande attualità nel mondo di oggi». Mi risulta persino difficile, direi impossibile, adottare questo abusato parametro di valutazione da parte di certi gruppi politici riguardo alle stragi dell’autodefinitosi califfato ISIS. Nulla ha a che fare la “Cultura” con il terrorismo e le conquiste, come nulla aveva a che fare la religione con le Crociate. Nel momento in cui Federico II ottenne pacificamente i luoghi sacri fu ugualmente scomunicato da Papa Gregorio IX. Un plauso ancora per questa stagione a Francesco Giambrone, che sa cosa è il teatro e vuole condurvi tutta la città, pur nella difficoltà delle ingegnosità pazze di certi registi: «Una grande festa, una platea di mille posti che si aggiungono ai 1300 all’esterno, come è stato fatto l’anno scorso con La Bohème. Lo spettacolo sarà trasmesso anche in diretta streaming sul nostro sito e su quello del Comune di Palermo. Questo per ribadire la nostra volontà di dire che il Teatro Massimo appartiene a tutti e tutti se ne possono sentire parte, che questo è un luogo che vale la pena di frequentare». Il teatro lirico è sceso in piazza ed è addirittura Operacamion, andrà su camion mobile, come il teatro dei guitti e dei comici del Settecento con i loro sgangherati carri, mezzi di trasferimento e di albergo.

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