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Trittico contemporaneo o il balletto oggi

E pensare che la danza è stata una della più antiche forme di arte ginnica e che l'orchestra prese il nome proprio da orchéomai, "danzo", come luogo deputato a questa performance. Nelle società moderne dal ballo raffinato di corte, in epoca rinascimentale, si sviluppò una prima forma di balletto teatrale. In genere nei teatri moderni il balletto ha trovato un posto anomalo, sussidiario, quasi complementare, non si sa perché, nei teatri lirici. Forse perché alla sua base c'è una suite strumentale? Negli ultimi secoli è stato designato dal nome del coreografo che gli ha dato una sua personale morfologia e struttura sintattica, lo ha connotato con una sua tecnica personale. Nei nostri teatri è prevalso, sia per le qualità artistiche sia per la speciale struttura narrativa, all'inizio il balletto romantico delle Giselle e Coppelie e poi quello russo con i suoi titoli emblematici che non mancano mai nei cartelloni dei teatri lirici del mondo, Il lago dei cigni o Lo schiaccianoci. Poi hanno imperversato le scuole e i linguaggi coreografici personali da Petipa, a Diaghilev e Nureyev. Si sono affacciate con qualche incertezza ed eccezionalità le incursioni anche nel nostro teatro delle tecniche alla Roland Petit (stagione 2016 con una soirée) o alla Martha Graham (stagione 2015).

Perciò singolare è nel Teatro Massimo di Palermo questo serata con l'assemblaggio di un Trittico contemporaneo dedicato a tre straordinari ed eccezionali coreografi, moderni e caratterialmente e tecnicamente "diversi". Assieme e accanto alla onnipresente Giselle di Adam con Svetlana Zacharova a luglio al Teatro di Verdura e a La bella addormentata a dicembre a chiusura della stagione, addirittura tre serate assegnate ai balletti rispetto a nove opere liriche.

Questa escursione nel moderno per di più si è diversificata in un ventaglio di tre brevi coreografie per rappresentare tre differenti scuole di danza fra le più innovative e in attività, diciamo pure, in costante e dinamica evoluzione.

Il primo quadro della serie è un nuovo allestimento del Teatro Massimo della coreografia, scene e costumi di Matteo Levaggi, versatile coreografo ligure, esemplificativo della moderna coreografia italiana. Dopo la scuola di Liliana Cosi a Reggio Emilia e l'inizio artistico al Balletto Teatro di Torino, la sua carriera è esplosa nel totalizzante palcoscenico televisivo con la prima esperienza in Buona Domenica di Lorella Cuccarini e ha trovato la gloria e la fama popolare in Carràmba che Fortuna di Raffaella Carrà. Di pari passo all'impegno nel Bird's Dance Project e all'insegnamento della danza moderna le sue creazioni (Le Vergini, Caravaggio) e la presenza nei teatri europei ed americani. Egli stesso conferma il suo legame con la coreografia classica e l'influenza che hanno sulla sua danza il cinema, la fotografia, i video e le installazioni, in una ricerca formale sul corpo che ha dato risultati originali. Ha confessato inoltre di trarre ispirazione da Merce Cunningham e da George Balanchine, di stimare la tecnica di Mikhail Barishnikov. L'Arena di Verona gli ha commissionato nel 2005 un'opera per il suo corpo di ballo e scrisse Drowning by Numbers, su musica di Michael Nyman, colonna sonora dell'omonimo film di Peter Greenaway, col quale il musicista collaborò spesso. Si tratta di una sequenza di variazioni cucite sulla sinfonia concertante di Mozart. Da esso nacque la nuova versione Water Game che vede l'aggiunta di due brani tratti dal celebre Prospero's Book (colonna sonora del film di P. Greenaway). Nicola Piovani propose per La stanza del figlio di Nanni Moretti Water Dances dal cortometraggio Making a Splash di Greenaway. Le figure che ci appaiono in un'atmosfera evanescente di luci e ombre riassumono la precarietà della vita in questa sensazione di liquidità surreale.

Il secondo quadro, nell'allestimento del Nederlands Dans Theater, è danzato sulla musica di Walking Mad dello svedese Johan Inger, che rispose ad un invito per una serata rivolto nel 2001 dal Nederlands Dans Theater dell'Aia a giovani coreografi. Una delle prime espressioni del minimalismo musicale, si sviluppa su due sequenze, il Bolero di Maurice Ravel e Für Aline di Arvo Pärt. Inger confessò di essere stato catturato da una vecchia registrazione tv in bianco e nero, in cui Zubin Mehta eseguiva il testo con la Filarmonica di Los Angeles: «Un'immagine teatrale: all'inizio il direttore è assai controllato, ben pettinato e corretto nell'intera immagine di conduttore, ma parallelamente al crescendo musicale egli diventa sempre più drammatico e eccitato, come se entrasse nella follia, in uno stato incontrollato. La carica erotica era naturale qui, ma io desideravo allontanarmi da essa o al di là, la conduzione più aperta/stereotipata che spesso accompagna questo pezzo musicale». La parete, scenografia minimalista, si apre in diverse stanze, che indicano la diversità dei personaggi, che agiscono all'inizio di fronte e infine dietro in una drammaturgia circolare che rappresenta la diversa tragicità della vita. Si divide in tre diverse fasi in cui gli interpreti si incontrano e si scontrano in sequenze di dramma e di allegria, la pazzia che cammina, tra il serio e il drammatico. Ricordò l'autore: «Il famoso Bolero di Ravel con la sua storia sessuale, quasi kitsch è stato il punto di innesco per rendere la mia versione. Ho subito deciso che stava andando riguardo alle relazioni in diverse forme e circostanze. Mi è venuta l'idea di un muro che potrebbe trasformare lo spazio durante questa musica minimalista e creare piccole sacche di spazio e di situazioni. Walking Mad è un viaggio in cui incontriamo le nostre paure, i nostri desideri e la leggerezza dell'essere» e citò Socrate: «Our greatest blessings comes to us by way of madness».

Il terzo ed ultimo quadro nell'allestimento del Semperoper Ballet di Dresda si sviluppa nella interpretazione coreografica, scene e costumi, da parte di Jiří Kylián delle Sechs Tänze KV 571, le Sei danze tedesche di Mozart che rappresentano negli abiti del tempo e nelle parrucche incipriate l'ambiguità dell'esistenza attraverso l'energia caricaturale del sorriso. La coreografia è la più recente delle danze "Nero e Bianco", così chiamate per il colore dei costumi (altre opere No more Play, Petit Mort, Sweet Dreams, Sarabande, Falling Angels), ove usa musiche dell'Ottocento e costumi barocchi, aggiungendo un tocco di surreale, come in questa suite. Otto danzatori in costumi ottocenteschi, corpetti e sottovesti per le donne, calzoni a ginocchio e parrucche per gli uomini, rossetto e nere sopracciglia nella suggestione degli aristocratici e dei clown del circo. L'autore richiama una comica lettera di Mozart alla cugina e aggiunge che il musicista «intese la vita in tutta la sua ricchezza, fantasia, clowneria e pazzia. È il suo spirito e la sua aspettativa del fatto che la nostra vita è non più che una mascherata o un una prova generale per qualcosa di più profondo e molto più significativo, che mi ha ispirato a fare questo lavoro» (Zoë Anderson, The Ballet Lover's Companion, London 2015, p. 283-84).

Il direttore Alessandro Cadario, l'Orchestra e il Corpo di ballo del Teatro Massimo hanno saputo cogliere la singolare diversità di stili e di letture della realtà negli eterogenei allestimenti scenografici europei in un contesto gradevole e degno di tutto rispetto.

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