• cattedrale
    Segui ViverePalermo.it, ogni giorno notizie selezionate per te e tante informazioni utili!
  • fotopalermo1
    Se vuoi collaborare con noi contattaci subito!
  • fotopalermo2
    Troverai tante notizie per vivere al meglio la città scoprendo cultura, eventi, storia e natura

Si può fare teatro indipendente a Palermo?

Mi sono di recente occupato di Ernesto Maria Ponte in questa rubrica. Si tratta di una “particolare” presenza sulla scena, che a Palermo trova un certo seguito e altri protagonisti di rilievo, Gianni Nanfa e Vespertino per citare i concorrenti e talvolta compagni di avventura. Indico le loro performances con un attributo che ne cerca di definirne l’ambito teatrale. Non si tratta per loro di un teatro nettamente definibile nel genere che dai tempi delle categorie di mimesi aristoteliche si è chiamato commedia o tragedia. Non rientra neppure nelle categorie medioevali e rinascimentali (sacre rappresentazioni, teatro popolare alla Ruzzante, commedia dell’arte fino alla riforma di Goldoni), né tantomeno nelle tante forme di rappresentazioni sceniche strutturate, in forma agonica o per dire in genere narrativa. Nel caso di questi attori-registi-sceneggiatori, che si autogestiscono, non c’è una trama o sviluppo narrativo, non c’è il racconto classico che si sviluppa nell’intreccio agonico, nella catastrofe e nella soluzione finale con esito tragico o comico. C’è un attore mattatore e talvolta e addirittura non sempre, una spalla, talvolta si aggiunge una soubrette che sgambetta o canticchia, quasi sempre un accompagnatore musicale che ogni tanto accenna qualche accordo con chitarra o si esibisce come stacco o intermezzo con sassofono o clarinetto. Ma nulla più. Tutto è fatto in casa, testo, musica, scene. E poi soltanto un centro di interesse che cerca di dare un senso, di delineare l’ambito della lunga carrellata di battute, di barzellette, di scene che si sviluppano secondo una risata in progress. Si potrebbe definire tutto questo cabaret? No, certo. Sarebbe un vaudeville? Sarebbe un avanspettacolo? È una irrefrenabile galleria di macchiette, una serie di freddure che potrebbe continuare all’infinito, che si intreccia come un cesto di ciliegie, una tira l’altra, in una sequenza aperta, in cui o l’attore o il pubblico possono cedere soltanto per sfinimento e non per mancanza di argomenti. La parodia, la satira, l’ironia sulla quotidianità trovano spunti che si snocciolano all’infinito. E perciò la materia non manca e si rinnova essendo sempre se stessa.
È questo metateatro popolare il solo che si impone, sgomita e trova una certa audience, soprattutto giovanile, di fronte al teatro con la T maiuscola, quello presentato nell’istituzione cittadina più antica e gloriosa del Teatro Biondo, che scalpita per effimeri riconoscimenti giuridici e in cerca di delusi sogni di gloria nazionale (il successo di un teatro non sta nella sua categoria giuridica, ma nel suo cartellone e nel numero dei suoi spettatori), e lo snobbato Teatro al Massimo, ma affollatissimo di affezionati abbonati, teatro intermedio per gusti non troppo raffinati, ma che spesso presenta gli ultimi mattatori di tempi passati (leggi Gassman o Ranieri). I luoghi occupati dalla cosiddetta “prosa”. In entrambi si è trattato di quei passaggi di compagnie nazionali che ormai vivono di randagismo teatrale e si dividono i teatri d’Italia a seconda dei gusti e dei limiti di spesa. Ogni teatro locale si crea il suo tabellone, in considerazione del budget disponibile e delle pretese di orgoglio. Non c’è stata più la produzione propria, tranne qualche presenza, osannata come produzione nuova nazionale. Fa ben sperare e si fanno i migliori auguri alla nuova direzione Alajmo del Biondo, con le produzioni nuove e l’appello, perché ritornino gli emigrati famosi. Ma… la scuola…
Potrei citare ancora le esperienze, variegate ed eterogenee del Teatro Zappalà, teatro antico di “famiglia”, le timide presenze e gli impegni del Teatro Lelio. Manca purtroppo il grande teatro a Palermo, quello che un tempo si chiamava “stabile” con compagnie proprie e con stagioni dedicate e gloriose, un tabellone di alta risonanza. Tale non può essere la chiamata con vere e proprie campagne acquisto, come i calciatori, di compagnie del Nord, talvolta periferico. Perché con tali soluzioni la colonizzazione dell’isola diventa assoluta, non solo di prodotti industriali e di consumo, finanche del glorioso latte Barbera, ma anche della cultura nella sua interezza. Come gli emigrati illustri, a cominciare da Verga e Capuana, giù giù fino al quotidiano Camilleri. Non certo per colpa dei colonizzatori, ma sicuramente degli inetti colonizzati, che non rischiano e vivono anche loro nella Milan dei centri del potere finanziario.
C’è stata una primavera a Palermo anche per il teatro, Michele Perriera, il collega più anziano di un anno, compagno di sala dei professori dei nostri primi anni ruggenti. Si dice che fu cofondatore dell’effimero gruppo ’63. Se è vero, non fu vera gloria. Quella vera fu la sua intensa passione per il teatro, i primi anni con gli stages in mattinate scolastiche tra licei, poi il nome magico di improbabile formazione greca Teatès, il “suo” teatro, nato in sordina e divenuto il luogo unico della ricerca e dell’esperimento teatrale a Palermo. Lode al figlio Gianfranco che, in unione con “Agricantus”, ha proseguito l’esperienza della scuola di attori e di teatro. Sarebbe il momento e l’occasione di dedicare una riflessione all’opera di Michele. Questo voglio lanciare ai tanti che parlano ancora di teatro a Palermo. Gli mancò il salto oltre lo stretto, la vera consacrazione dell’esportazione che ribaltasse i termini del discorso, invertendo sud-nord. Corre l’obbligo di rimarcare questa difficoltà, questa insularità che diventa un difetto, una mancanza o tragica assenza. Non è questione di ponte sullo stretto, necessario, sì e non, al tempo di Napoleone. C’è quella impossibilità di attraversarlo senza la valigia di cartone legata con la spago. L’invasione dell’isola è stata ed è sempre possibile, si possono esportare essere umani, intelligenze, l’eterno negro dell’isola che ancora oggi fugge. Per altro vige la norma della colonia. Se la sua compagnia avesse avuto il palcoscenico del Piccolo… Anche un passaggio al teatro Rossetti di Trieste o al Teatro della Tosse di Genova. Non si pretende di sbarcare al Piccolo Teatro di Milano. E ora? Certamente non sono edotto sulle esperienze teatrali di ampio respiro a Palermo, ma mi pare che scuole di quel livello non ve ne siano più.
Perciò senza volere elevare osanna, ogni piccola esperienza, ogni tentativo di teatro deve essere segnalato e incoraggiato. E di questo si tratta nel panorama asfittico palermitano per le prove di coraggio di Irene Ponte. Lo dico con consapevolezza dei limiti, ma anche del coraggio. Intanto la compagnia. Si tratta di affiliazione di un gruppo affiatato e innamorato del teatro che forma l'associazione “Vivi il territorio. Un teatro d'autore”. I loro nomi non vi dicono nulla, non sono i grandi professionisti della scena, ognuno svolge un’attività professionale per vivere. Sono tenuti assieme dalla vorticosa forza centripeta di attrazione che è l’anima e la vita del gruppo, Irene Ponte, regista, ma anche produttrice, sceneggiatrice, tecnica delle luci e tante altre cose. È lei a scegliere autori e drammi, ad assegnare le parti, ad ascoltare la musica, ad occuparsi delle scene, si fa per dire. Con una sensibilità e un amore indirizzati al teatro surreale o dell’assurdo, come dimostrano le sue scelte interpretative e non ultime le repliche del dramma di Tennessee Williams Lo Zoo di vetro e la commedia di Peppino De Filippo sul tema della napoletana iettatura in Non è vero ma…ci credo. L’ultima sua scelta al Teatro al Convento, in quella via Castellana Bandiera, divenuta celeberrima, suo malgrado, è stata più personale e creativa già nell’allusione creata con la titolazione dello spettacolo e a sua stessa definizione un azzardo. Ha voluto presentare un Pirandello nelle sue sfaccettature con un originale assemblaggio di “Uno nessuno… È Pirandello”. Direte, ma che vuol dire? E una citazione rielaborata ed allusiva a uno dei romanzi più famosi di Pirandello, Uno, nessuno e centomila. Vuol essere quindi una rimodulazione in chiave teatrale di quel mistero della realtà. Irene Ponte la adotta per realizzare le variazioni sceniche di temi e stilemi rappresentativi del teatro pirandelliano, quelle che furono le rifrangenze ideologiche ed esistenziali del suo teatro. Certo non poteva starci la partitura complessa ed oggi forse troppo datata e per certi versi “passata di moda” di Questa sera si recita a soggetto o dei Sei personaggi. A parte la complessità scenica e la potenza teatrale, mancava anche l’organico e l’apparato. Comunque mi ha stupito la scelta dei temi dei quattro atti unici, quattro scene per quattro angolazioni, nell’ordine Sogno, ma forse no, Lumie di Sicilia, Amicissimi, All'uscita. E si tratta di un grande cimento per un piccola compagnia che si autogestisce. Basta vedere gli abiti, senza grandi pretese, ma ancor di più le scene. Gli arredi sono trascinati in penombra con grande trambusto dagli stessi attori, l’ambiente è evocato da uno schermo bianco sul quale si richiama il paesaggio esterno. Ma ricorda la scenografia primitiva della tragedia greca che alludeva con disegni esposti e girati su un rullo. Le musiche sono scelte di Sara Angelo Lucido e azzeccano il commento alla situazione scenica. Irene Ponte è l’animatrice, la sua compagnia ne coglie e interpreta le scelte, piccole perle di quel mare magnum delle “Maschere nude”.
La scena si apre con Sogno (ma forse no) del 1928-29, interpreti Sara Angela Lucido e Luca Mangano. È il Pirandello che gioca intersecando sogno con realtà e creando un’atmosfera di intensa attesa, di qualcosa che non si sa. Qui è il sogno-incubo dell’amante, uomo in frak che nel sogno strozza la “giovane signora”, che in quella collana, inspiegabilmente recapitata, si concretizza come minacciosa realtà, si carica di oscure premonizioni. Forse perché prima prova dei due giovani attori è risultata alquanto incerta, tra voci troppo sussurrate da rendersi impercettibili ed altre troppo urlate da scadere nel volgare. Qui è maggiormente apparsa la difficoltà, per dei giovani alle prime armi, di entrare nell’ambiguità del testo pirandelliano, in cui i confini tra il sogno e realtà, quella soglia misteriosa che li distingue diventa impalpabile. Veramente difficile anche nella resa scenica che è apparsa alquanto indecisa nell’uso delle luci e dei passaggi che dovevano marcare queste due sfere, la luminosità abbagliante del vero e la liquida evanescenza del sogno, sempre in bianco e nero.
Lumie di Sicilia, un Pirandello del 1910 (interpreti Irene Ponte, Giuseppe Mangano, Alessia Messina, Giovanna Carrozza) meglio rende il clima di dissipazione e di peccato, anche qui tra speranze e delusioni, tra sogno e realtà, con quell’illuso e deluso Micuccio Bonavino, “sonatore di banda”, che male ha investito il suo denaro, quella compiacente madre Marta – Irene, balzata in altro ambiente che non gradisce, la Teresina detta Sina cantante che suscita nel triste ed elegiaco Micuccio lo «schifo alla nudità». Sarebbero dovute essere protagoniste le lumie, i “lumiuna” dell’infanzia, la sua e la mia, «Sentite, sentite l'odore del nostro paese... Le avevo portate per lei... E dire che ci ho anche pagato il dazio...».
Spigliati, Giuseppe Piampiano e Mimmo Russo, nel bozzetto di Amicissimi, giocato tutto sull’ironia e sul sarcasmo dell’essere e dell’apparire, quel Gigi Mear, “in pipistrello”, conte di nascita, ma senza più né contea né contanti, e quell’innominato “amicissimo”, che «se n'andò ridendo e voltandosi per la scala a salutarlo con la mano, ancora una volta». Per concludere con l’alta allucinazione surreale della scena tra la vita e la sua ripetizione alle soglie dell’aldilà, con il quadro sepolcrale di All'uscita, alquanto rielaborato, ma sempre suggestivo e macabro nel rifrangersi delle allucinanti visioni, recitata con scioltezza, ma talvolta sopra le righe da Marta Alioto, Marco Ferrante e Alvise Zingares. Indimenticabile l’uomo grasso: «Alla prima risata, la ucciderà. Per ora ella si tiene, forzata dall'apparenza del dolore che deve darsi per la mia morte recente. Ma io già gliela sento gorgogliare nelle viscere convulse la tremenda risata, che alla fine proromperà in faccia a lui da quella sua feroce bocca rossa tra il taglio dei lucidi denti. Ride come una pazza». E lei la donna uccisa che irrompe con il farneticare: «Era sangue. Lo volevo dire. Perché nessun bacio mai m'ha bruciato. Arrovesciata sul letto, mentre il soffitto bianco della camera mi pareva s'abbassasse su me, e tutto mi s'oscurava, sperai, sperai che quell'ultimo bacio finalmente, oh Dio, mi avesse dato il calore che le mie viscere esasperate hanno sempre, e sempre invano, bramato; e che con quel caldo ora potessi rivivere, guarire. Era il mio sangue. Era questo bruciore inutile del mio sangue, invece». Ci vuole grande arte ed esperienza per ricreare quel clima di orrida follia. In tutti i “quadri” è il continuo, problematico rifrangersi tra sogno e realtà del quale Pirandello tastò tutte le varianti e le tonalità. Se il suo teatro fu riassunto in quell’immagine surreale di Maschere nude.
Che dire. È grande teatro? È un volersi mettere in gioco, una ricerca encomiabile, in un ambiente asfittico che gioca con il cosiddetto cabaret senza cancan. In una scena palermitana quasi vuota, fra quei pochi notissimi attori emigrati come tutte le menti che illuminano e arricchiscono non solo l’Europa, ma il mondo, dall’America dei nonni all’Australia.

Cerca sul sito

Italian English French German Portuguese Russian Spanish

Ricevi le news

Guida turistica Palermo

guidapalermo

Su questo sito utilizziamo cookies per gestire la navigazione. Cliccando ok o continuando a navigare ne accetti l'utilizzo. European Law