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Lucia o la pazzia per amore

lucia

A trentotto anni, nel pieno della sua attività artistica che comprese più di settanta opere e numerose composizioni di musica sacra e cameristica, amico di Rossini che lo segnalò anche a Parigi e di Bellini che non sempre lo ricambiò con la stessa stima, nativo di Bergamo ma più napoletano d’azione, fra tanti lutti che lo prostrarono, un successo eccezionale lo proclamò il 26 settembre 1835 maestro internazionale. Sul palcoscenico del San Carlo di Napoli fu una vera e propria ovazione con diverse chiamate in scena di lui e dei cantanti. Si trattava del capolavoro assoluto Lucia di Lammermoor, dramma tragico in due parti, testi di Salvatore Cammarano. Nel 1819 Walter Scott aveva pubblicato il romanzo The Bride of Lammermoor che fece poi parte della serie Tales of my Landlord. Secondo il prolifico romanziere romantico scozzese, universalmente celebre per il suo Ivanhoe, si trattava di un fatto realmente accaduto, un caso di matrimonio forzato consumato in un castello scozzese con catastrofe finale diversamente narrata. Una tradizione benevola narrava che fu il Demonio ad uccidere lo sposo e a tormentare lei fino a farla impazzire. È Lucia la nobile fanciulla costretta con l’inganno dal fratello Enrico a rompere la promessa fatta al lord squattrinato ed odiato Edgardo e a sposare il ricco e potente Arturo. Si dice nella versione di Scott che mentre si avviava all’altare ripetesse al fratello «Non voglio stare con lui». L’apparizione dell’amato a matrimonio celebrato e la sua ripulsa con l’accusa di tradimento sconvolgono la mente di Lucia e la portano all’efferato uxoricidio nella prima notte di nozze. La giovane fu trovata, mentre brandiva un coltello, insanguinata e delirante. L’argomento era così appetitoso che in breve volgere di anni dalla prima pubblicazione in Italia nel 1824 ne furono ricavati quattro libretti e cinque melodrammi. Salvatore Cammarano nel 1835 ne trasse il libretto per la musica di Gaetano Donizetti, testo più volte rimaneggiato fino all’ulteriore versione data l’agosto del 1839 al Théâtre de la Renaissance di Parigi. È il solo dramma che non uscì mai dal repertorio donizettiano, assieme alle opere comiche L’elisir d’amore, Don Pasquale e La Favorita,  più sporadicamente riprese La fille du régiment, Maria Stuarda, Anna Bolena, Lucrezia Borgia, tante tragiche eroine femminili. Soltanto nel primo centenario della morte nel 1948 sarebbe esplosa la “Donizetti-Renaissance”, propiziata dagli studi di Gianandrea Gavazzeni (Gaetano Donizetti. Vita e musiche, Milano 1937) e di Guglielmo Barblan (L’opera di Donizetti nell’età romantica, Bergamo, 1948). E sarebbero venute per la Lucia le grandi interpretazioni delle dive, quella della Callas con Di Stefano nel 1953 e con Tagliavini nel 1959, nello stesso 1959 quella di Renata Scotto con Di Stefano, nel 1965 di Anna Moffo, nel 1976 di Monserrat Caballé con José Carreras, fino alla recente di Desirée Rancatore nel 2007.

Già il dramma è premonito nel quadro secondo con quel lugubre racconto del fantasma della fanciulla uccisa per gelosia che si aggira per il parco (recitativo Quella fonte mai e aria Regnava nel silenzio), cattivo presagio per Alisa, sua dama di compagnia. Segue l’incontro con l’amato Edgardo, che, in partenza per difendere la Scozia, è convinto a rimandare di chiederla in sposa al fratello, ma si scambia con lei l’anello e giura fedeltà eterna con quel dolce Verranno a te sull’aure. La seconda parte è giocata sull’inganno della lettera, come in altri drammi operistici, della cerimonia nuziale e dall’irruzione di Edgardo (Chi mi frena in tal momento).  La scena quinta della pazzia è occupata dalla presenza di Lucia, come prescrive la didascalia: «Lucia è in succinta e bianca veste: ha le chiome scarmigliate, ed il suo volto, coperto da uno squallore di morte, la rende simile ad uno spettro, anziché ad una creatura vivente. Il di lei sguardo impietrito, i moti convulsi, e fino un sorriso malaugurato manifestano non solo una spaventevole demenza, ma ben anco i segni di una vita, che già volge al suo termine». È il clou della vicenda: la pazzia come giustificazione etica di un orrendo inaccettabile uxoricidio, rito dell’imeneo nuziale compiuto con il sangue dello sposo, in un intrecciarsi di reciproche accuse e di rinunzie alla vita. Essa si apre con il recitativo, l’annunzio di Raimondo, Eccola, e l’aria eccelsa di Lucia Il dolce suono mi colpì di sua voce, segue il cantabile, Ardon gl’incensi con il tempo di mezzo S’avanza Enrico, per chiudere con la cabaletta Spargi di qualche pianto. L’eroina che porta la follia sulla scena del melodramma, ultima di tante virago del teatro greco da Medea a Fedra e in compagnia di Elvira, Margherita e Ophelia, è l’interprete protagonista della voce del soprano romantico: l’amorosa della quale il tenore è innamorata. Ma Donizetti le conferisce quell’ardore tragico della vocalità aperta e vi alterna il virtuosismo melismatico, è dolce e gentile, simbolo di candore e grazia, ma anche fragile e sognatrice in quell’esibito effluvio di gorgheggi in assai ardua alta tessitura di volate e volatine, trilli, note ribattute e picchettati. Ironia della sorte pochi mesi prima della morte a cinquantuno anni Donizetti sarebbe stato rinchiuso nel manicomio d’Ivry-sur-Seine per la pazzia conseguenza della sifilide.

Poi l’altra scena madre sulla tomba ove invece del duello si compie il suicidio di Edgardo alla notizia della morte di Lucia (Tu che a dio spiegasti l’ali). A ragione Fanny Tacchinardi, la primadonna della prima, avrebbe voluto che l’opera si chiudesse con la sua pazzia. Donizetti e Duprez, il primo Edgardo, insistettero che la conclusione più confacente fosse la scena della tomba affidata al tenore, quasi “anticipazione e ritratto dell’eroe romantico”. In questa caratterizzazione il personaggio oscilla tra una vocalità drammatica e intrepida e un intenso lirismo, voce chiara e vivida negli acuti, languida e struggente, dolce come l’ingenua Lucia.

La versione del Massimo ci riporta alla prima del 1835, quando nella scena della pazzia Donizetti si servì come strumento solista della glass harmonica (glasspiel), o armonica a bicchieri, sostituita in seguito dal flauto. Lo strumento inventato da Benjamin Franklin nel 1761 tra le tante altre cose (anche l’uso dell’ora legale, che dall’effettiva introduzione nel 1916 compie il centenario) e, classificato da Hornbostel-Sachs  come idiofono (vedi xilofono), riproduce le note con la vibrazione del corpo di bicchieri. Fu usato da Mozart a Beethoven a Bach. Curiosità, l’uso era ritenuto nocivo per l’esecutore e probabilmente lo era per il rischio di saturnismo dovuto al piombo dei bicchieri, non è certo quanto potesse esserlo per l’equilibrio psichico dell’ascoltatore dato il suono penetrante che si diceva producesse turbamento. Le note sono prodotte dallo sfregamento del dito umido sul bordo di bicchieri di diversa grandezza e riempiti di varia misura di acqua, oggi talvolta da una serie di calotte di vetro disposte orizzontali in ordine di grandezza. L’uso dello strumento solista voleva rappresentare foneticamente un preciso “oggetto di pensiero”, rendere concretamente, in una medesima unità temporale, il delirio di Lucia, che si frangeva in una realtà rivissuta dilaniata e alienata nella sua mente. Era la puntualizzazione armonica nel sovrapporsi di realtà e pensiero di una deriva fisica e psichica. E gli effetti, aggiunti ai preziosismi canori, sono ancora oggi magici.

 

Un’altra eroina rappresenterà nella società borghese questo suo disagio esistenziale che dirompe nella frustrazione e nell’alienazione della pazzia. Con valore paradigmatico Gustave Flaubert nella sua Madame Bovary dedicherà il XV capitolo alla presenza di Emma ad una rappresentazione a Rouen, la stessa donna dilaniata tra l’essere e il volere: «Ma una donna ha continui impedimenti. A un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi. La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene».

 

All’altezza della difficile prova Elena Mosuc che ha saputo cogliere le modulazioni della vocalità per dipingere l’animo travagliato della giovane, come pregevoli pure le interpretazioni di  Marco Caria, Giorgio Berrugi e Luca Tittolo. Senza esasperazioni la direzione di Riccardo Frizza, tradizionale e semplice la regia di Gilbert Deflo e la scenografia di William Orlandi. Alla fine un allestimento che non è trasbordato in ammiccamenti modernistici e in improbabili letture psicoanalitiche, nel rispetto di una Scozia del Settecento, ma più concretamente nel messaggio di arte del geniale Donizetti che ha saputo scandagliare i recessi dell’anima femminile e renderli plasticamente attraverso parole e suoni e canto.


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