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La Traviata dei profumi

 

Nella mia scheda sulla recentissima Norma del 24 febbraio, per parodiare un costume invalso e abusato di scenografiche attualizzazioni e localizzazioni, tempo, oggi, o non oltre il nazismo (chissà perché non il fascismo), location Sicilia con mafia e ammazzatine, e coccodrilli impietosi per giudici e generali, ma anche con marranzani carretti fichidindia, dicevo nell'occasione che mi sarei aspettato una degustazione più popolare, «un bel piatto di pasta alla Norma, la catanese "pasta ca' Norma", fra primo e secondo atto. Più in sintonia dei fichidindia fra le brume dell'orrida medioevale Scozia». In una stagione teatrale fu istituito un dessert di salato tra i due tempi.

Sarà pura coincidenza, forse il caso suggerito da identiche suggestioni, sarà un'ovvia e paradossale mia preveggenza nello sviluppo in prospettiva del tema, abbiamo avuto una sala insufflata di odori, «la prima volta in un teatro d'opera», tiene a precisare con palese orgoglio il direttore artistico Massimo Oscar Pizzo. Mi ha riferito, giuro, uno spettatore di naso chiuso che ha chiesto alla moglie cosa fosse quel rumore di aeratore o di asciugacapelli che si spandeva ed intrecciava con violini ed ottoni, tra le sonorità delicate o forti di voci in arie e quartetti. Questo, sì, disturbava soltanto chi era raffreddato e per natura era restio ai profumi. E non so con quale effetto sugli allergici olfattivi. Ha fatto piacere che si trattasse di profumi di marca francese, ideati da Emanuel Ungaro, assemblati dal "naso" del parfumeur spagnolo Alberto Morillas (per non fare réclame gratuita e per non citare i nostri siculi Dolce e Gabbana, stilisti, ma anche profumieri, come è ormai d'uso), si vede che sono stati più solerti ed attivi con il canale giusto. O hanno fiutato, soli, la nube mediatica. O si è voluto in tema di cortigiana francese usare l'invenzione di Francia. Si ritiene che i profumi furono inventati lì per coprire i pesanti effluvi corporei. Ma mi giunge il sospetto che hanno colto il mio suggerimento sulla pasta. Per essere precisi e contestualizzati ci si doveva aspettare però profumo di camelia in sintonia con l'originale francese di Alexandre Dumas j. La Dame aux Camélias del portentoso bisestile 1848, romanzo dal quale Francesco Maria Piave confezionò il libretto per Verdi. O forse in tono con il nomen omen della protagonista la violetta, la pansé degli innamorati, languida e delicata, ma dal forte profumo. Invece si dice che la linea "Violetta Valery" sia una creazione ad hoc, per attivare la lirica sinestesia alfieriana e proustiana, suono-olfatto, evocazione da protrarre negli spettatori a casa e nei giorni successivi, forse meglio se comprando l'intera confezione. Odori adeguati a rievocare la vicenda: sorriso e freschezza di Jessica nel giardino di inverno del primo atto con l'odore di muschio e di agrumi, altra confezione per la sensualità provocante della scena gattopardesca del ballo e, si dice, alla fine la rosa siciliana nella lunga languida scena di agonia e morte.

In questo surreale mix olfattivo un tono di maggiore moderazione ed equilibrio si è usato nella scenografia. Eppure ancora in questa ricostruzione, che sembrerebbe archeologica, per qualcuno, prevale sempre il gusto della collocazione temporale. Non è stata la modernizzazione ridicola ed oscena, ma resta sempre il volere alludere anche al contesto siciliano nella cronologia della location. Non è stata una creazione invadente e smaccata, non cafona e inutilmente strabiliante. Ma, in tempi di tronfie ricostruzioni, è stata pur sempre incastonata in un'epoca allusiva "con le sontuose scene" dagli scenografi Francesco Zito e Antonella Conte. Perciò i disegni di Basile, le architetture e i dipinti dei vari villini Florio e Malfitano che a Palermo insistono ancora a definire Belle époque, epoca in cui una famiglia di ricchissimi commercianti, ricevendo regnanti, si poteva arrogare il titolo regio. Perché questo fu a Palermo l'Art Nouveau, o stile floreale o stile Liberty o arte nova, il kitsch borghese sacralizzato ad arte, l'eccesso di pomposità nelle magnificenze architettoniche, nei fiori carnosi esibiti e giganteschi. Fu l'epoca che giustamente una certa borghesia vorrebbe aver vissuto da protagonista ed imitare, tanto che torna spavaldamente in certi estimatori ed ammiratori contemporanei. Certamente fu epoca bella per alcuni ricchissimi commercianti, a Palermo per una famiglia che ha cosparso la città di sue regge, taluna oggi in rovina. Non so quanto potette esserlo per tanti altri nobili squattrinati che vendettero titoli e palazzi. Per non rievocare il dramma e il pathos dei carusi delle zolfare. Così quei mobili Ducrot che adornano il salotto di scena con pretese di raffinatezza Luigi XIV o napoleonica, reminiscenza in quei misteriosi ignorati ruderi, riportati almeno alla fruizione delle Arti con un nome da metalmeccanici, Cantieri culturali alla Zisa. Fuori luogo quei mobili sontuosi per conferire un tono di eleganza e di raffinatezza alla casa di una mantenuta che non sfuggì, come pure le principesse dell'epoca, al "male sottile" di tanti bohemienne. L'argentino Mario Pontiggia ha voluto collocare l'opera chissà perché alla data esatta del 1910, che connoterebbe, secondo lui, la «vigilia del crollo del vecchio mondo aristocratico». Esso era già crollato ai tempi del mastro don Gesualdo e dei Viceré di De Roberto, ma ancor prima con la trasformazione dei beni feudali in allodiali, scherzo fatto ai nobili da Ferdinando il grande.

Certo che da quella prima al Teatro La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853 gli anni non sembrano trascorsi e la musica risuona sempre magica nelle orecchie, con quel leitmotiv che martella il cuore, ancora emozionante in questa edizione collocata in un giorno significativo per la Sicilia dei "cummiti di S. Giuseppi" e della festa dolciaria e consumistica delle miriadi di Giuseppe, Peppi e Pippini e papà. E al di là dell'espediente del "sorprendente" degli odori e della ricerca del consenso popolare la realizzazione è stata comunque eccezionale, come è avvenuto in genere in questa nuova gestione pur con qualche dovuta concessione allo spettacolo moderno e ai gusti dei nuovi spettatori. Dico coscientemente spettatori, perché ancor di più che nell'ultimo dopoguerra, gli operafili, quelli che pur non sapendo di musica e di letteratura, cantavano a memoria le arie e non si perdevano un'edizione, sono assai rari. Se ormai la borghesia è finita all'Inferno e la classe operaia si è liquefatta in una borghesia in dissoluzione, non esiste più quella cultura che faceva dell'opera un sentimento nazionalpopolare. Sì, oggi qualche cultore raffinato trasmigra a Vienna e a Verona, va a Bayreuth o a Londra, ma gli altri vanno a teatro come si iscrivono ai club, fanno un gioco di società. Merito quindi a Giambrone che ha voluto almeno riportare in scena alcuni valori dell'arte lirica. 

Sempre tuttavia sulla scia di un andazzo che non potrà mai più essere cancellato. Perciò commovente l'appello dei fans della Traviata che hanno gremito la sala Onu del Massimo, non novantenni nostalgici, ma giovani trentenni e giù di lì, che assieme alla narratrice di grido Beatrice Monroy hanno voluto reclamare con forza e convinzione che «la tradizione non va snaturata», ribadendo la modernità e la rivoluzione sociale già insite nell'opera verdiana fra ricostruzioni definitorie anch'esse pompose, come viscontiane e gattopardesche. Eppure da questo sito per anni ho reclamato la contestuale rappresentazione delle opere, senza superfetazioni archeologiche, ma anche senza ricostruzioni soggettive e fuori tempo e luogo, in nome della loro storicizzazione e contestualizzazione. Si può rappresentare la rivoluzione femminista, si deve ricordare la liberazione sessuale, ma non si può caricare questi valori in opere d'arte che erano portatrici di altre rivelazioni. Basta che si abbia il coraggio di creare opere nuove e originali su questi temi. La sfida di musicisti e librettisti, di narratori e poeti. Senza volere trovare principi moderni femministi in Dante o Petrarca. In Sicilia e a Palermo.

Per passare allo spettacolo in concreto e alla tecnica gli interpreti hanno tutti meritato i lunghi e continui applausi a scena aperta, che hanno commentato l'esecuzione, qualche richiesta di bis. Chi non si è sentito trascinato dalla vocalità piena e dai preziosismi della fanciulla del popolo, la trentaduenne palermitana Nuccio che basterebbe già quel nome di Jessica a collocarla in una classe e in un tempo, la bambina di via Re Manfredi alla Zisa. Ella è miracolo e dono di Associazioni benefiche e di maestri benemeriti, perché donare soldi e generi alimentari è far sopravvivere una persona, donare un avvenire così nobile è dare dignità ai meriti e alle capacità spirituali, ma anche farne un dono dello spirito, dell'anima alla società intera, di Italia e del mondo. Sarebbe superfluo ritornare a sorprenderci per la voce eccezionale di un "vecchio" del 1942, timbro baritonale della freschezza e spontaneità di un ventenne, il Leo Nucci (stranezza di un Nucci e una Nuccio che duettano) reduce da un'altra Traviata, quella di Liliana Cavani alla Scala. Il mattatore per una sera, mostro sacro imponente, gigantesco, che ha reso protagonista un personaggio di contorno consono alla parte del baritono. Artisti, musicisti, direttore Giacomo Sagripanti, regista e scenografo tutti assieme per uno spettacolo di prestigio. Degno di volare fra i ciliegi del Giappone.

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