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La corte dei miracoli

Conturbante visione, quelle sale in cui oggi stazionano ed oziano borghesucci e bottegai: negli anni tra il 1202 e il 1206 un ragazzo alto e biondo vi si aggirava e faceva echeggiare le sale dei suoi gridi e delle sue risate, ascoltava assorto la profonda dottrina di dotti pedagoghi, arabi e bizantini e latini, scherzava con giullari e buffoni e si dilettava di falconi. Aveva allora tra gli otto e i dodici anni. Il padre, il terribile Heinrich di Hohenstaufen, era morto nel 1197 a Messina, nell’orrendo dubbio che lo avesse avvelenato la moglie. Lui aveva allora appena tre anni, essendosi sgravata la grande Costanza, anziana figlia del sommo Ruggero, sotto il baldacchino nella piazza di Jesi il 26 dicembre 1194. Ragazzo, respirò l’aria di Palermo tra i merli del Palazzo Reale e il Castello di Maredolce fino al 1212, quando partì a diciotto anni alla conquista dell’Impero. Nel 1209 ad appena quindici anni aveva sposato per volontà del Papa Costanza d’Aragona, vedeva del re d’Ungheria. Sapeva parlare, oltre al siciliano di cui si favoleggiava suoi trascorsi nelle viuzze popolari, il latino, il greco, l’arabo, il francese e naturalmente il paterno tedesco. In quelle stanze risuonò la sua voce, sotto la magia dei mosaici degli Arabi e dei Normanni Federico divenne stupor mundi e vi fondò la leggendaria Scuola poetica siciliana.
Nella sua Curia convennero tanti uomini di cultura, tramandarono tutto lo scibile latino e greco, vi aggiunsero quello musulmano e crearono una nuova immensa biblioteca di scritti in ogni campo, dalla poesia alla filosofia, alla scienza, alla medicina, alla geografia. Sarebbe impegno ciclopico rammentare tutti i geni che si raccolsero in quelle sale e poi seguirono il caravanserraglio dell’uomo dei miracoli che mai umanamente morì nella fantasia popolare.
In questa occasione piace ricordarlo con una scintilla di cultura, che emerge magicamente dal maremagnum dei codici manoscritti dei fondi di biblioteche, quei codici tarlati e polverosi che forse mai troveranno il loro Cristoforo Colombo che ne illumini le pagine. È un piccolo tesoro, quasi anonimo, testimonianza delle sopravvivenze letterarie della civiltà latina e dell’espansione della influenza fridericiana anche tra la siticulosa Apulia e la Lucania. Nel 1854 Edelestand du Méril pubblicava a Parigi nella sua raccolta Poésies inédites du Moyen-Âge un prezioso De Paulino et Polla libellus, che per l’eleganza della forma, la padronanza della lingua e l’armonia del distico ritenne opera pre-umanistica. Si tratta di un fabliau sui generis, Il matrimonio di Paolino e Polla (detto De coniugio Paolini et Polla o De Paulino et Polla liber). La questione dell’epoca fu ripresa da Francesco Torraca (Studi su la lirica italiana del duecento, Bologna 1902) e da Giustino Fortunato (Riccardo da Venosa e il suo tempo, Venosa 1994) che la collocarono nel suo giusto contesto storico. Così fecero nelle loro edizioni Rocco Briscese (Melfi 1903) e Antonio Vaccaro con l’introduzione di Dario Del Corno (Venosa 2005).
Prima questione: chi ne era stato l’autore? Il nome si ricava dai dati interni e dal prologo dell’opera nello stile dei prologhi plautini e terenziani: venusinae gentis alumnus / judex Riccardus. Si dovrebbe trattare di un iudex ad contractus, quei giudici di processi civili che al contrario di quelli penali potevano essere dello stesso paese in cui esercitavano. Di seguito è detto: Hoc acceptet opus Fridericus Caesar. Non può che trattarsi del Federico imperatore, che nelle titolazioni riceveva spesso l’appellativo di “Caesar” (il russo czar). Nell’accenno conclusivo del processo si ricava che la composizione e l’episodio debbano collocarsi tra il 1229 e il 1231, cioè nella fase della Crociata dello scomunicato e prima della promulgazione delle Costitutiones Regni Siciliae o Augustales di Melfi del 1231. L’arco di vita di Riccardo si può pertanto inscrivere tra il 1228 e il 1267. Questo è quanto possiamo desumere, per deduzione, della sua vita.
Oltre alla località e all’epoca lo stupore sta soprattutto nel testo, una successione di ben 559 distici elegiaci (1118 versi), secondo i canoni letterari propri di quel genere che gli studiosi medioevali hanno definito della cosiddetta “commedia elegiaca” o “commedia medioevale”, struttura in versi elegiaci nata per la lettura retorica più che per la rappresentazione teatrale. Sorta in Francia e diffusa poi in Inghilterra e Germania, fu l’esile fiore della Rinascita del XII-XIII secolo e trait d’union del teatro classico con la moderna teatralità travasata attraverso le sacre rappresentazioni.
Pure straordinario è il tema che sviluppa, una surreale proposta di matrimonio che la vecchia Polla, Paoluccia, vuol proporre al vecchio Paolino, pure lui male in arnese, che in gioventù era stato il di lei spasimante respinto. Paraninfo e sensale viene richiesto il notaio Fulcone dalla vecchietta che giunge alla sua casa, curva e reggendosi su un bastone. Immaginiamo lo stupore del notaio:
«Est tibi si facies rugosa, capillus et albens,
«est et ei friges, frigiditate tremit.
L’opera alterna narrazione e dialoghi, il realismo degli interni rustici della profonda provincia, delle strade con puzzolenti e maleodoranti cloache all’aperto, ove finisce nelle tenebre della notte lo sventurato Fulcone (o il boccaccesco Andreuccio da Perugia!), la miseria dei due personaggi rivelata dalle doti matrimoniali. Eppure in questa miseria che l’ironia, talvolta il sarcasmo, ingrandisce e stravolge, si dilata e accampa la moralità dell’epoca, che spesso scade in moralismo pesante. Più che la comica rappresentazione sociale dei personaggi e degli ambienti di Aristafane o Menandro, quella dei simboli culturali latini del Medioevo, Plauto e Terenzio, è presente la moralità bonaria dei Sermones del suo concittadino, quel miscere utile dulci, didascalismo notarile camuffato dalla parodia e dalla farsa, quella che poi trapasserà intatta e bonaria nelle commedie di Ariosto alla corte degli Estensi di Ferrara.
Pensate, due vecchietti di Venosa del 1230 che discutono delle vere ricchezze, con solenni formule moralistiche, in cordis potius nobilitate manet, oppure nel dilemma se da padri buoni nascano figli cattivi e viceversa, per concludere che ex animo potius nobilitatur homo.
In effetti, come osservò Del Corno la vicenda si regge sul filo comico e sarcastico dell’imprevedibilità e dell’assurdo. La sequenza comica degli schiaffi per capire se si è in sogno o svegli, quel gioco misto di motti di spirito e di saggezza spicciola, che talvolta assurge a formule alte di filosofia tarda, conveniunt rebus nomina saepe suis. E su tutta questa sarabanda di imprevisti surreali, di dialoghi strampalati, le grida del notaio scambiati per ululati di lupi, il processo farsa che dalla pena di morte si ammorbidisce, nello stile positivo della commedia, in una serie di frustate, ma con il comando di non occuparsi più di matrimonio, perché il suo fine ultimo è la procreazione, impossibile per i frigidi e sterili vecchietti, anche se con il detto che la goccia scava la pietra a lungo andare e che due legnetti che si sfregano con il tempo producono scintille. In questo clima di pseudo-commedia, le immagini pagane che risuonavano dai versi di Orazio, Ovidio, Giovenale si mescolavano alla moralità cristiana per dare un nuovo pot-pourri culturale che si sarebbe imposto nella rivoluzione dell’Umanesimo e del Rinascimento. Tutto questa nuova temperie era già viva e presente nella Curia fridericiana e nei suoi geni e mestieranti.
Ma più che per il tema lo straordinario della commedia elegiaca è la lingua, quel latino che persisteva ancora negli anni del 1200 e da parte di un giudice, in ambiente così periferico come quello venusino. Non vogliamo se non ricordare la questione proposta nel De vulgari eloquentia da Dante. Ma occorre subito precisare che il latino curiale, quello della Curia imperiale usato dai notai e giudici, era anche la lingua della cultura e della letteratura, quella che serviva alla elaborazione artistica. E questa era appannaggio delle classi acculturate. Dante era orgoglioso del suo fiorentino, ma si trattava del genere umile della Comoedia, Petrarca non poco si vergognò dei suoi Rerum vulgarium fragmenta, aspettando l’incoronazione in Campidoglio di magnus poeta et historicus con il privilegium laureae dal suo amato De Africa. Sarebbe interessante scoprire fra le carte dell’epoca quali spettatori assistettero alla rappresentazione a Venosa. Il popolo di Venosa, no certo. Gli uomini di corte? Sicuramente quel solido gruppo di curiali, giudici, notai, segretari, la solida comitiva dei poeti della Scuola siciliana, al seguito della corte di Federico errante per l’Italia con la corte dei miracoli, il suo zoo e i suoi giullari, ma anche i suoi filosofi e geografi, i suoi architetti di castelli disseminati ogni dove, falconieri e palafrenieri esperti di cavalli, fra tante lingue, l’imperante e ruvido tedesco, il francesizzante normanno, l’arabo e l’ebraico. E tanti dialetti, tutti i dialetti di Italia, madre lingua dei suoi cortigiani, siculo certo, ma anche fiorentino, lombardo, lucano e calabro e napoletano. E in questa miscela di linguaggi, il più straordinario melting-pot che mai sia esistito, si gioiva rappresentando scenicamente o forse semplicemente leggendo, gioiello ultimo di retorica, una turbinosa comica vicenda di nozze, quella di due vecchietti sdentati e cadenti, almeno della Polla che ora tira le somme e bada al suo tornaconto. In quel plurilinguismo reale si imponeva in funzione dei generi letterari, lingua ufficiale e internazionale, quella del De arte venandi cum avibus, il latino che aveva superato il naufragio delle invasioni barbariche.
Paragonato alla comicità plebea e stralunata di Woody Allen e di Benigni (Del Corno), ma anche a quella di Buster Keaton (Peter Dronke, Sources of Inspiration, Studies in Literary Transformation, 400-1500, Roma 1997), lo strambo matrimonio mancato per impotentia coeundi e generandi è stato rappresentato nel Castello di Pirro del Balzo di Venosa, sì quella dell’Orazio che ci insegnò i ritmi dei Greci a Roma, il 7 agosto 2014 dalla compagnia del Teatro Reon con la regia di Fulvio Ianneo e ripetuta a Moliterno. Chi vuol deliziarsi la riveda in youtube.

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