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La Carmen “di frontera”

Errare è umano, riproporre lo stesso sconcio sberleffo nel giro di un quinquennio è un insulto all’intelligenza e alla sopportazione umana. Pertanto, cosa assai rara per il pacifico e accomodante, ossequiente e moderato pubblico palermitano delle prime, caso più unico che raro si sono sentiti gli uhuhuh! che a Milano nel teatro d’opera rendono gli spettatori pubblico competente e libero da sacre riverenze. Alla passerella finale dell’opera, ma anche alla conclusione di arie e duetti di trascinante orecchiabilità, le ovazioni agli artisti cantatori sono state numerose, accalorate e appassionate. All’uscita del regista sul palcoscenico un subisso di uh!

Sì, si tratta dello stesso regista che, sorretto dal sostegno di tante importanti glorie operistiche ispano-italiche, la poderosa coproduzione del Liceu di Barcelona assieme al Regio di Torino e alla Fenice di Venezia, il venerdì 18 novembre 2011 aveva coronato “l’atteso ritorno dell’opera di Bizet sulle scene palermitane”. Lo spettacolo «porta la prestigiosa firma del regista catalano Calixto Bieito, tra i più noti, controversi e stimolanti artisti del momento, per la prima volta impegnato con una commissione di un teatro lirico italiano». Così recitava allora il programma di scena, che lo definiva “allora”, «un allestimento intriso di energia e atmosfere di frontiera». Il regista aveva voluto mettere «in luce tutti i caratteri andalusi evocati dalla storia, accentuandone la severa disciplina militare, la virilità primitiva e rude, la violenta sensualità, emozionale e fisica», con «elementi scenici fortemente caratterizzanti come una imponente sagoma taurina, la bandiera spagnola o la terra battuta della Plaza de Toros». Allora Bieito sottolineò: «La Carmen è un’opera sulle emozioni di frontiera, sugli abissi dell’amore, sulla distruzione e l’autodistruzione fisica e sentimentale. È un’opera in cui la percezione della morte è molto presente. È una storia d’amore e di morte. Una storia anonima di violenza tra un soldato e una donna. Don Josè è un uomo innamorato che trasforma il suo amore in un’ossessione malata che lo porta al crimine e alla distruzione. Si trasforma in un delinquente. La Carmen, tra le tante altre cose, è la prima opera che affronta la tematica della violenza contro le donne».

Il sabato 26 novembre 2016 è ritornato il regista per incappare in questo temporale di ululati. L’opera è l’attesa di un’intera stagione per un certo pubblico e giustifica il pienone come un uovo. È l’umanissima storia di amore e morte, del primigenio contrasto turbinoso ed omicida, il trionfo dell’istinto nel dramma più consueto, e perché no, il conflitto maschio-femmina con un pizzico di femminismo di ritorno, quello delle reduci di lontane stagioni del «sesso è mio e me lo gestisco io». La Carmen che proclama: «Jamais Carmen ne cédera! / Libre elle est née et libre elle mourra!» (Atto IV). Con tutti i condimenti pepati per uno spettacolo di semplici gusti popolari. La Spagna, presentata all’Opéra comique di Parigi il 3 marzo 1875 (in Italia al Bellini di Napoli solo il 15 ottobre 1879) con l’opéra comique di Georges Bizet su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, è quella del turismo oleografico, plaza de toros e il matador fascinoso, popolo caliente, cioè un non luogo della consuetudine fascinosa. Ma come non si può essere travolti da quel ricorrente ritmare di note che poi si scatena in una interminabile, infinita, magica avvolgente elegia della habanera (quella peccaminosa e sensuale di Carmen L'amour est un oiseau rebelle) e della seguidilla. Se non è Spagna questa, quella del leggendario Andrés Segovia o di Paco Ibáñez, ma anche quella del Llanto por Ignacio Sánchez Mejías di Garcia Lorca. Eppure la musica è quella di un francese che mai era stato in Spagna. Ma la novella trasuda aria di Spagna: «A Cordova, verso il tramonto c'è un gran numero di sfaccendati sul lungofiume della riva destra del Guadalquivir. Là si respirano le esalazioni di una conceria che perpetua ancora l'antica fama del paese per il trattamento dei pellami, ma in compenso vi si gode uno spettacolo che ha indubitabilmente il suo pregio». Così scriveva nella sua novella Carmen l’altro francese, Prosper Mérimée, archeologo, storico e scrittore, bohémien e senatore per avere frequentato nel suo soggiorno spagnolo la futura imperatrice Eugenia de Montijo e per avere ascoltato dalla contessa madre, donna Manuela, la storia di Carmen (1845).

La grande attesa del ritorno di Roberto Aronica non è stata delusa dalla prova del tenore messicano Arturo Chacón-Cruz. Meritati gli applausi anche al direttore argentino Alejo Pérez e a tutto il complesso artistico, che ha saputo dare forza alla partitura, una selvaggia e irruente passionalità.

Per tutto il resto dovremmo tornare alla vexata quaestio dell’attualizzazione o modernizzazione dei fatti narrativi. Per un pubblico ritenuto di mentalità grossolana e di incapacità di contestualizzare, il teatro in genere, da Eschilo a Shakespeare a Pirandello o a Brecht e Jonesco “deve” essere attualizzato. L’altro balordo inglese che ha voluto propinarci gli dei mitici wagneriani tra padelle, roulotte usate e frigo, o tanti altri che ci hanno deliziati con SS, jeans e giubbotti di vilpelle. Non ci fanno ormai né caldo né freddo, li accettiamo come gli orologi dei film peplum. Nell’opera lirica cerchiamo di chiudere gli occhi o fissare il display, concentrandoci esclusivamente sulla musica e la voce. Per questo la lirica esiste e si distingue dalla prosa: la protagonista è la musica. Tutto l’altro è scenografia di contorno, apparato scenico, finzione di luoghi banali che tarpano le ali alla fantasia. Se al popolo bue, ignorante e insensibile, si vuol dare questo, se questo spettatore loda i costumi e le colorate scenografie, modernizzate al quotidiano di strada, tanta gioia per lui. Perché, se la sagoma pubblicitaria del liquoroso toro di Osborne o i repellenti soldati dell’imperante generalissimo Caudillo Franco, se le ben sei Mercedes anni ’70 alludenti a contrabbandieri, semoventi o spinte in scena, posteggiate per le acrobazie di cosiddetti ballerini, se le cabine telefoniche, cimeli ormai museali venduti a caro prezzo, ad uso di altre acrobazie, sono loro gradite, ben vengano. La Carmen del 1845 e i suoi concittadini non le immaginavano lontanamente, ma che cosa può importare. Il pubblico di piazza Massimo 2016 le ammira.

Però a tutto ciò può esserci un limite e finora, anche se non c’è più a misurare minigonne di turiste l’esagerato pretore Vincenzo Salmeri, non si vedrà mai un uomo nudo con il ciondolo pendente circolare fra le brume di Piazza Verdi. E perdonatemi regista e scenografo, una donna che si leva le mutandine per far l’amore ferino sul nudo pavimento è di una ovvietà madornale. Non c’era bisogno di farlo fare materialmente alla povera, bella, fascinosa Carmen Varduhi Abrahamyan, nel turbine della sua pazza sensualità. Chissà cosa avrebbero detto di questa sua inutile performance scenica i suoi concittadini di Yerevan, l’Armenia che in questi giorni mi è familiare, ma soprattutto la sua famiglia di musicisti. Lo sanno regista e scenografo che per fare l’amore occorre sempre togliersi le mutande? È semplicemente ributtante ricorrere ad espedienti così infantili, di sconcia sessuomania per rendere attuale un’opera dell’Ottocento e per accattivarsi la bassa pruderie di spettatori, ritenuti balordi assatanati?

Basta con simili giochetti per bambini complessati. Sono altri i giovani, che fanno sesso à gogo, altri sono ancora i maturi e i vecchi, per impressionarsi con simili puerilità. Anche la parata sgambettante da réclame da spiaggia o da Moulin Rouge sul bordo del palcoscenico.

Fortuna che la musica è sempre magica e ha trascinato quel pubblico che tanto deficiente non deve essere, se paga tanto quelle tre orette di spettacolo, che ormai è veramente di nicchia.

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