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La bontà in trionfo meglio nota come La Cenerentola

Composta in tre settimane a gennaio del 1817, su libretto di Jacopo Ferretti, la prima avvenne il 25 gennaio al teatro Valle di Roma. Nata dalla fantasia dell’orribile Charles Perrault (1628-1703) è una delle fiabe più universalmente note, riviste, rielaborate e rifatte, titolo originale Cendrillon (da cendre, “cenere”), pubblicata nel 1697 nella raccolta le Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, noto in seguito come Contes de ma mère l'Oye. Rossini aveva poco tempo da dedicare ai dettagli date le consuetudini belcantistiche dei canoni del melodramma dei primi Ottocento, ma anche per le pressioni del committente che così spiegò il librettista: «Vuol anche che per me saper vi si faccia che, s’ella non comparisce con la compagnia di un mago operatore di fantasmagoria o di una gatta che parla, e non perde nel ballo una pantofola (ma più tosto uno smaniglio) come sul teatro francese o su qualche vasto teatro italiano, ciò non deve considerarsi crimen læsæ, ma più tosto una necessità nelle scene del Teatro Valle, ed un rispetto alla delicatezza del gusto romano, che non soffre sul palco scenico ciò che lo diverte in una storiella accanto al fuoco. La precipitanza in cui fu di mestieri scegliere l'argomento e sceneggiarlo, per presentarlo di tratto in tratto versificato al Maestro, avrà forse tolto la possibilità di evitare qualcuno de’ soliti difetti de’ drammi buffi». Inoltre, come nella tarda tragedia greca, già preannunziata dai cori di Euripide, esclusivamente lirici e staccati dal contesto mitico, come anche nella commedia nuova alessandrina, alcune parti del melodramma erano divenuti pezzi adattabili di bravura e di preziosismi degli artisti, da confezionare a seconda delle loro qualità e capacità canore. Ma erano soprattutto brani di puro riempitivo belcantistico. In questo caso Rossini delegò ad uno dei suoi assistenti Luca Agolini la composizione dei recitativi “secchi” e delle arie che ritenne meno importanti, per esempio quelle di Alidoro e Clorinda. Qui tali recitativi ci hanno avvisato e deliziato con la chiarezza timbrica eccezionale del clavicembalo, dolce e delicato in mezzo a tanto frastuono orchestrale. La spavalda Cenerentola della prima era stata Gertrude Righetti Giorgi, la Rosina del Barbiere di Siviglia. Se la precedente opera era stata la pietra dello scandalo, questa fu un plateale insuccesso. Dovevano scorrere altre recite per divenire celebre. Date le pressioni dell’imprenditore e la celerità della composizione, si può comprendere il metodo compositivo del genio. Non si faceva scrupolo di riprendere e riutilizzare precedenti motivi, che incollava ed adattava alla nuova opera, un taglia e incolla settecentesco ante litteram. La fantasiosa sinfonia era già stata musicata per la Gazzetta, opera buffa del 1816, su libretto di Giuseppe Palomba, ricavato da Il matrimonio per concorso di Goldoni. Ma ancor più sorprendente fu l’adattamento dell’aria del conte di Almaviva del Barbiere, Cessa di più resistere, per il rondò di Angelina. In corso d’opera nel 1820 per il celebre basso Gioacchino Moncada sostituì l’aria di Alidoro composta da Agolini con una sua di un virtuosismo eccezionale Là del cielo nell’arcano profondo. Con tutte le conseguenze di mutamento del personaggio secondario da riqualificare in meglio. I nomi delle sorelle Clorinda (Tasso?) e Tisbe (l’ovidiano tragico amore per Piramo) sono un programma come quelli dell’Angelina e del padre e patrigno don Magnifico, barone di Montefiascone (proprio così). Il tema fiabesco giocato sulla sinfonia si annunzia nell’elegiaca e fiabesca canzone Una volta c’era un re. Così la matrigna si riveste da patrigno e il principe azzurro si traveste in corso d’opera da paggio Dandini, Angelina sente Un soave non so che, annotato da Dandini con Come un’ape nei giorni d’aprile. Allora Alidoro innalza il suo canto Là del cielo nell’arcano profondo, aria nella nuova versione di Rossini. Tante le arie, tanti i virtuosismi che marcano l’ingarbugliarsi dell’intreccio tra scambi di paggi e principi, fino alla canonica agnizione della commedia nuova ellenistica, grande Menandro, tradotto da Terenzio. E si giunge al Siete voi… questo è un nodo avviluppato. Matura l’ira contro Cenerentola, Donna sciocca! Alma di fango! alla quale ella risponde con la sua vendetta che sarà il loro perdono. Mentre risuona l’elegiaco rondò Nacqui all’affanno, tutto si conclude con abbracci e baci. Si trattava d’altronde di un melodramma giocoso, quello della levità risolta nella felicità generale, diciamo a tarallucci e vino. Il regista Giorgio Barberio Corsetti, anche nel suo adattamento in schemi modernizzanti, ha voluto dire la sua con un codicillo scenico che poco si adattava all’allegra soluzione del melodramma alla romanesca. La sua lettura troppo tragica e pessimistica per una Cenerentola che cantava, “stupida per la gioia”: «Fra la cenera immonda.../ Ed or sul trono... e un serto mi circonda», e concludeva «Non più mesta accanto al fuoco / Starò sola a gorgheggiar. /Ah fu un lampo, un sogno, un gioco / Il mio lungo palpitar …». E commentava il Coro, «Tutto cangia a poco a poco / Cessa alfin di sospirar. / Di fortuna fosti il gioco: / Incomincia a giubilar». Lo scambio della saggina di lontanissime memorie di scopate domestiche, perciò il cognomen che richiama la cenere, e una popolare Angelina da commedia dell’arte, qui alfine con la candita lavatrice dall’oblò che ricorda tragici divoramenti e stritolamenti. Ma bisogna ormai farsene una ragione delle modernizzazioni ad uso di popoli ignoranti e frastornati. Non si capisce però perché si è voluto poi anticare il fatto riportandolo ad un improbabile 1960, così dichiara il regista: «volevo che il dramma [giocoso?] rivivesse in una modernità dall’aura quasi mitica» (forse il suo ’60). I costumi di Francesco Esposito erano informi e senza connotazione, nonostante il colorismo. Al di là di queste mie osservazioni strettamente soggettive, che mi rimandano alla captatio benevolentiae di un popolo che non sa più storicizzare e si trova tra spider, red carpet divistico ed oggetti del quotidiano modernariato, si deve ammettere che alla fine il digitale e gli aggeggi elettronici degli interventi multimediali nell’happening scenografico di Giorgio Barberio Corsetti e Massimo Troncanetti non hanno stravolto la visione, non hanno disgustato ed esagerato, hanno commentato e amplificato gli eventi e gli stati d’animo, argomentato le insistite sonorità rossiniane. Soltanto la sensazione di un certo fastidio per il commento visivo all’esecuzione della sinfonia.  Comunque non si è in genere trattato di pesanti intrusioni “altre”, ma attraverso le riprese sincroniche del chroma key si è operata una proiezione istantanea del reale, l’esecuzione e la trasposizione rilevata e sfocata nell’onirico, anche attraverso il commento parallelo dei cartoon, dei disegni e delle pitture. Sentivo da due signore all’uscita: “Mi sono immedesimata nei personaggi che ho visto per la prima volta vicinissimi nei movimenti delle labbra e degli occhi”. È stato l’effetto della gigantografia. Sì, perché il teatro lirico di un tempo prevedeva il binocolo da teatro, e non quelle minuscole didascalie per occhi buoni, alla fine meritoriamente tradotte anche in inglese. Sì, cari neo ricchi, i binocoli in oro tempestati di gemme, deliziosi quelli in bianca madreperla.

La direzione di Gabriele Ferro non ha distratto con acrobazie e saltelli, ma è rimasta sobria e moderata, dice lui “asciutta” al modo di Rossini “lucida e geometrica” e ha colto le melodie rossiniane che diventano sempre familiari, perché sono comunque riletture di altre melodie. Straordinario quell’insistente celebre Zitto zitto, piano piano. Spesso se si chiudono gli occhi e si segue solo l’onda della musica, ci si perde nella similarità dei temi e non si percepisce di quale opera si tratti. Qui impera ancora il Barbiere del febbraio 1816. Danno un giudizio positivo al nuovo allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con il Teatro delle Muse di Ancona i lunghi applausi finali, ma anche quelli a scena aperta, meritati al di fuori del campanilismo, alla palermitana contralto Chiara Amarù Angelina, e poi a René Barbera Don Ramiro, a Riccardo Novaro Dandini, a Paolo Bordogna - Don Magnifico, come alle civettuole litigiose Marina Bucciarelli Clorinda e Annunziata Vestri Tisbe, e infine a Pavel Chervinsky Alidoro

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