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La bella addormentata natalizia

Con un balletto e una favola si conclude questa stagione operistica del Teatro Massimo di Palermo. Si è trattato di un anno ricco di importanti ricorrenze, si dice Anniversari. 120 dalla inaugurazione del Teatro, anni pesanti che hanno segnato la storia della lirica palermitana, fino a livello popolare. Tanti in-culturati da giovane mi cantavano con verve le arie che io ancora non conoscevo, si esibivano nel canto con precisione e passione. Poi la crasi, la chiusura che sembrò definitiva, tra orpelli burocratici e indifferenza, un’inerzia penosa per il bene pubblico. Non sono stati pochi 23 anni tra fuliggini, calcinacci ed erbacce. Sì, il teatro Politeama lo sostituì con onore, ma certamente con le sue inadeguatezze strutturali, sia per capienza, sia per i disastrosi effetti acustici. Chi saliva negli scomodi gironi, su in alto, al lato sinistro entrando, sentiva un’eco magica, suggestiva forse, ma certamente fuori libretto. Poi il 1997, 20 anni fa, la forzata riapertura, un gesto di coraggio e di forza, perché non tutto era stato interamente completato. Una sollecitazione, un’esortazione e una scommessa tra artisti, amministrazione comunale e tecnici in una gara di volontà. E molto è rimasto non attuato ed ultimato, in attesa del momento opportuno. Tant’è che una volta riavviata la routine, nessuno ha pensato di intervenire, soprattutto nelle metodologie sceniche, il prospettato ammodernamento che è rimasto nell’elenco delle speranze d’avvenire. Eppure potrebbe rientrare nei miliardi degli investimenti europei, spesso abbandonati e perduti.

La sovrintendenza ha voluto celebrare questi due fondamentali eventi, inserendo un altro anniversario, questa volta umano riconoscimento, i settant’anni del nostro mondiale compositore Salvatore Sciarrino. E lo straordinario allestimento di Superflumina, prima nazionale e omaggio alla musica di oggi, è stato un evento eccezionale e se ne è parlato in questo spazio.

La chiusura di stagione forse si meritava però un segno più consono delle grida insistenti di “vergogna” lanciate dal loggione all’apparire in scena del coreografo. Meritati o no questi commenti, ma rarissimi, solo un’altra serata nella stagione, nel nostro teatro ove il pubblico di cultori o di sfilata di moda può accogliere con indifferenza o silenzio, lesinando gli applausi, ma mai ricorre alle urla scalmanate da loggione di Scala.

Questa sorpresa fuori scena ci riporta al sempre problematico intervento sulla messinscena e sulla resa, sia scenografica sia registica. Inutile ripetere che il teatro d’opera è oggi pura archeologia, come e più delle rappresentazioni classiche di Siracusa. Perciò per tenere vigile l’attenzione di un pubblico che si è trasformato nei gusti e nei costumi, eterogeneo, colto o incolto per lo più, si sente la necessità di “attualizzare”, ammodernare, portando in scena frigo e lavatrici, o ricorrendo al solito trucco del nudismo assoluto. Anche se fuori luogo. Spesso si ricorre ad allusioni gratuite e fuori dall’idea scenica e narrativa e melodica dell’autore e dei suoi tempi, spesso si stravolge il libretto. Più spesso si ricorre alla tecnica secentista dello stupore, dell’invenzione strabiliante, del marchingegno che possa fare strabiliare. In questa tecnica sono i registi a pescare a piene mani, facendosi sostenere dagli scenografi. Nostre acclamate signore registe sono maestre nella sorpresa e nell’esibizione del corpo, in genere femminile, talvolta nell’esibizione dei ciondoli sessuali maschili.

La serata della bella addormentata. La fiaba di Charles Perrault, inserita nei Contes de ma mère l'Oye, fu pubblicata nel 1697, fu ripresa nel 1812 dai Kinder- und Hausmärchen dei fratelli Grimm, ultimissima la sinfonia a fumetti di Walt Disney nel 1959. Queste le versioni più note fra le numerose varianti nel folklore universale (vedi Calvino nelle sue Fiabe italiane). Su di essa si sono formati tanti bambini (tranne me che ho saltato a mio danno la fase delle favole, non ne circolavano a casa mia).

Secondo elemento e primario la musica per balletto (secondo dei tre) di Pëtr Il'ič Čajkovskij, Spjaščaja krasavica, prima rappresentazione al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo nel 1890, con la coreografia del titanico, eccezionale ed unico maestro ed inventore dei balletti russi, Marius Petipa.

L’allestimento palermitano con un folto e imponente corpo di ballo. Intanto il trentaduenne direttore iraniano di Esfahan Farhad Mahani, lunga carriera italiana di premi e lavori. La sua direzione ha dato slancio e forti sonorità al testo. Fra gli spettatori, tutti unanimi hanno definito bella la musica, cioè hanno sentito interiormente la creazione di Čajkovskij. Ugualmente sentiti sono sembrati gli applausi calorosi a Romina Leone e a Michele Morelli, Aurora e Désiré.

Le scene minimaliste di Antonino Di Miceli, uno schermo gigante, due sole immagini, la prima prospetto con colonne, la seconda un bosco di tronchi rinsecchiti e contorti. Alla fantasia popolare il bosco appare un intrigo verde e ombroso in cui ci si perde e ci si addormenta. I costumi dei puffi, gambette sotto un gonfiore di piume bianche e colorate, forse questa è stata la trovata più straniante e inutile e forse questa ha tolto smalto e adesione degli spettatori, li ha frastornati. E su tutte le défaillance la coreografia di Matteo Lavaggi, che ha voluto un balletto nuovo, anche come dice, una rivisitazione del balletto classico codificato. E se ancora voleva essere il balletto classico, volto alla tradizione, ma con spirito nuovo, “che guarda al colore”, allora povero Petipa. Forse è rimasto solo il colore, tante indecisioni nelle figure e nei passi, una caduta, una discrepanza tra orchestra e azione. Poteva essere una chiusura natalizia più sicura e spettacolare nella fiaba dell’amore che salva, oltre alla pioggia di tremila candide rose nel celeberrimo “Adagio della rosa”.

Dal programma di sala riprendo Elisa Guzzo Vaccarino riguardo alla struttura innovativa, che è intesa come una rilettura: «Il prologo e l’atto I hanno carattere spiccatamente narrativo; l’atto II è invece spoglio, essenziale, quasi plastico e vede i protagonisti molto intimi e vicini nel momento del loro incontro; l’atto III è gioiosamente festoso e ha un’atmosfera d’impronta chiaramente disneyana. A questi tre punti di vista così diversi tra loro rimanda la scelta di alternare momenti danzati in punta ad altri danzati in mezzapunta e a piedi nudi, nell’ottica del coreografo di creare un nuovo vocabolario che attinga alla tradizione della danza classica, della danza moderna e di quella contemporanea».

E ancora dice Levaggi: «un sogno in cui mondi ed epoche diverse si incontrano in totale libertà creativa, la mia totale passione per il mondo adolescenziale trova in questo balletto la sua apoteosi».

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