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Jenůfa

Nell’allestimento della Vlaamse Opera di Anversa, con l’orchestra diretta da Gabriele Ferro e il Coro da Piero Monti, è stata presentata al Teatro Massimo di Palermo, un’opera che in Italia ha avuto poche apparizioni, ma alla quale di recente non è mancata la stabile presenza nelle scene mondiali. Infatti ha avuto 45 repliche al Metropolitan di New York nel 2007, ben 123 nel 2011 a Vienna.
Jenůfa è un'opera in tre atti, musica e libretto di Leóš Janáček, sulla pièce Její pastorkyňa (La sua figliastra) di Gabriela Preissová. Il titolo fu adottato nella traduzione tedesca del giornalista e scrittore Max Brod, biografo di Franz Kafka e di Janácek, mentre in ceco conserva il titolo originario. Composta intorno al 1894 e il 1902, in una fase drammatica della vita dell’autore per la perdita dei due figli, Vladimir nel 1890 e Olga nel 1903, fu dedicata alla memoria di costei, come il corale L'elegia per la morte della figlia Olga. La lunga rielaborazione fu dovuta in parte all’attività didattica del compositore e nei momenti di pausa, ma ebbero parte non rilevante i dubbi e le incertezze creative che lo spinsero a continue maniacali ricerche. Siamo negli anni del verismo italiano, che connotò l’atmosfera della sua creazione artistica, “capolavoro assoluto del realismo slavo”, anche se diverso da Mascagni e Leoncavallo. Perciò con passione e acrimonia cercò di ricreare tutte le variazioni della natura: lo stile musicale «è infatti il risultato dei lunghi studi che Janácek dedicò alle inflessioni della lingua parlata cèca: egli ascoltava la gente per le strade e nei mercati, come pure il canto degli uccelli e i rumori della natura e trascriveva sui suoi taccuini di appunti le note, le intensità e le durate che aveva ascoltato, aggiungendovi le sue osservazioni di psicologia interiore. Tornava così alle origini stesse del linguaggio musicale, le cui fonti erano da ricercare, secondo il suo punto di vista, nelle inflessioni irriflesse e quasi inconsce della parola parlata». (Dizionario dell'opera, a cura di Piero Gelli, caporedattori Marco Mattarozzi e Michele Porzio, Milano, Baldini & Castoldi, 1996).

La prima fu data nel piccolo teatro di Brno il 21 gennaio 1904 con scarso successo che gli arrise solo il 26 maggio 1916 nella presentazione al teatro di Praga e allo Staatsoper di Vienna del 16 febbraio del 1918, ma nella versione rivista da Karel Kovařovic che ne modificò orchestrazione e stile. Questa continuò ad essere eseguita per settanta anni fino agli anni Ottanta.

Leoš Janácek (1854-1928) fu un artista eclettico e instancabile. Compose dieci opere e una immensa gamma di opere, sinfoniche, per pianoforte, composizioni sacre, corali e vocali di vario genere, da camera e per organo.

La protagonista in effetti è l’infanticida sagrestana, Kostelnička Buryjovka, la madre adottiva, e di grande impatto emotivo ne è stata l’interpretazione di Ángeles Blancas Gulín, che ha meritato gli applausi più scroscianti, nonostante la diversità e difficoltà delle sonorità linguistiche. Ma era anche il personaggio che maggiormente coinvolgeva, il suo sonnifero come filtro magico, il tremendo rimorso che l’impietriva per il delitto più oscuro e miserando. La fanciulla, semplice ed istruita, appare indecisa tra i due pretendenti, ama il ricco Števa Buryja (un ottimo Martin Šrejma), dal quale si è fatta mettere incinta, e alla fine sposa il povero Laca Klemeň (Peter Berger, bella voce), che per ira l’ha sfregiata. I temi folcloristici, non raccolti semplicemente dalla tradizione popolare, ma creati dallo stesso autore, tutti gli elementi che creano l’atmosfera popolare, il tema dell’ubbriaco e della danza dei musicanti, lo sfregio del volto, il figlio non voluto e l’uscita notturna nella bufera, la menzogna sull’infanticidio, la danza popolare nuziale. Di consueto nell’immaginario popolare le preghiere semplici, l’Ave Maria (al preludio atto I, Ó Panno Maria) e la Salve regina (Zdrávas královno, Atto II), e struggente per la melodia nostalgica e dolce il finale sotto la pioggia, mentre è perdonato lo sfregio ed accettato il disonore: «LACA - Jenufa, anche questo sopporterò per amor tuo, anche questo sopporterò per amor tuo! Che cos’è il mondo per noi due, se non possiamo confortarci l’un l’altro? JENUFA(abbandonandosi) - Oh, Laca, cuore mio, vieni a me, vieni a me! Tu sei condotto a me ora da un amore più grande, l’amore col quale tu compiaci a Dio!».

«La musica di Jenufa, assieme arcaica e moderna, folkloristica e autonoma, aggressiva e delicata, dipinge un affresco potente, in cui l’elemento folkloristico è solo una cornice, mentre l’opera vive assai più dell’elemento sociale e della caratterizzazione emotiva dei protagonisti. La melodia di Janácek spesso è tormentata e frammentaria come la parlata comune; procede per scatti, teneri indugi ed emozioni improvvise, in una discontinuità di pungente realismo. Sovente si rilevano temi musicali di carattere folkloristico… Il linguaggio armonico è assai poco tradizionale: sia perché si basa anche sulle scale modali tipiche del folklore, sia perché Janácek si serve di un certo accordo per rendere una determinata sfumatura drammaturgica ed emotiva, uscendo il più delle volte dagli schemi della tradizione». E per concludere: «Forse il realismo di Jenufa è così toccante anche perché narra, in forma d’incubo, una storia talmente archetipica da lasciar apparire in filigrana i contorni di una fiaba terrificante. Il sonnifero somministrato alla ragazza per decidere del suo destino e ucciderle il figlio pare la magica pozione delle fiabe: e nell’istante in cui Kostelnicka decide di uccidere il bambino, è la musica stessa a rendere quasi visibile la trasformazione di una donna in un’autentica strega indemoniata» (c.s.).

In questa occasione vogliamo rendere omaggio alla carriera dell’infaticabile Gabriele Ferro che l’ha portata al successo, dando vitalità e forza alla partitura, sottolineandone i contrasti e la bellezza delle tessiture armoniche. Nominato nel 2015 dal sindaco Leoluca Orlando, in accordo con il sovrintendete Francesco Giambrone, Direttore Musicale della Fondazione Teatro Massimo, a conclusione del lungo iter di esperienze e nella progettualità di riqualificazione del teatro, ha una profonda esperienza nella musica strumentale e appena un mese fa ha diretto l’orchestra del Teatro San Carlo di Napoli in Pëtr Il'ič Čajkovskij, Variazioni su un Tema rococò per violoncello e orchestra, op. 33, e la Sinfonia n. 5 in mi minore, op. 64. Figlio d’arte del compositore Piero, diplomatosi presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, ha nel 1970 vinto il concorso per giovani direttori d'orchestra della Rai. Direttore principale dell’Orchestra della Rai di Roma (1987-1991), ha diretto le orchestre di Santa Cecilia e della Scala di Milano e ha collaborato con i più prestigiosi teatrali italiani e internazionali, Fenice di Venezia, Scala di Milano, Opera di Roma, Comunale di Firenze, Bastille e Châtelet di Parigi, Muziektheater di Amsterdam, Grand Théâtre di Ginevra, Bayerische Staatsoper di Monaco, Opera di Chicago, San Francisco Opera, Los Angeles Opera, Opera di Tel Aviv, Deutsche Oper di Berlino, Covent Garden di Londra. Nel 2003 ha inaugurato la stagione del Teatro Real di Madrid. Dal 1979 al 1997 è stato direttore stabile dell’Orchestra Sinfonica Siciliana. Ha riscosso un ampio successo internazionale dirigendo fra gli altri la Wiener Symphoniker, la Bamberg Symphoniker, l’Orchestre de la Suisse Romande, l’Orchestre Philharmonique de Radio France, la BBC Symphony Orchestra, l’Orchestra WDR, la Cleveland Orchestra e la Gewandhaus di Lipsia. Ha inoltre collaborato con l’Orchestre National de France. È stato Generalmusikdirektor dello Staatstheater di Stoccarda (1991-1997), Direttore musicale del Teatro San Carlo di Napoli (1999-2004) e Direttore principale del Teatro Massimo di Palermo (2001-2006). Ha diretto con successo l’Elektra di Strauss a Napoli e ha ricevuto il Premio “Abbiati”. È stato ospite acclamato dei maggiori festival internazionali.

La regia di Robert Carsen ha dominato la vicenda e ne ha sottolineato con una serie di movimenti di pareti i mutamenti di scena, giocata da Patrick Kinmonth in due soli ambienti comunicanti che si scomponevano con suggestivo effetto. Anche suggestiva la pioggia finale, liberatoria e purificatrice, non so quanto salutare e gradita dai protagonisti in scena.

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