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Il Caravaggio inventato

La programmazione alla domenica 5 marzo aveva un suo encomiabile intento simbolico e la candelina spenta fra fasci di rose rosso porpora ne certificava la forte valenza affettiva. L’ufficialità del sindaco Orlando a nome del popolo palermitano e la dichiarata ragione dell’evento spiegavano tutto. O almeno così pareva a me ignaro di fatti personali. In verità era alquanto opinabile la celebrazione. In così pompa magna si festeggiano in genere le grandi cifre, le tappe dei decenni della vita. Pensiamo ai trascorsi pesanti e festosi ottanta. La festeggiata Letizia Battaglia ne stava compiendo dal 1935 ottantuno. In questo caso si voleva semplicemente collegare la sua biografia all’evento che si era voluto far diventare argomento di arte: la signora della “fotografia” di Palermo era entrata a lavorare a L’Ora il 1969 in quell’anno di tante portentose coincidenze. Era stata lei, in tema di rievocazioni personali, quella bellezza bionda che aveva segnato i verdi anni, miei e di tanti altri, con la sua spigliata naturalezza dell’immancabile macchina fotografica fra le mani. La sua immancabile presenza e i suoi reportage. Allora non sapevo di Leica o di Zeiss o Rollei. Ed era tale il suo fascino da coinvolgere un giovane che allora si atteggiava ad intellettuale e seguiva La fiera letteraria, ma poco esperto della nuova Musa, la fotografia. Troppo esile il filo di un compleanno come gli altri, troppo poche quelle foto passate sullo schermo, altrimenti bellissime, che hanno narrato la cronaca, che dico, la nostra vita per un cinquantennio. Il dono più grande alla città riconoscente, a tanti giovani del ’60, è certamente la grandiosa mostra dei suoi 140 storici emozionanti scatti che si apre ai Cantieri Culturali. E dono maggior per il tesoro di memoria che ci ha reso eterni la promessa fatta dal Sindaco di nominarla alla direzione del Museo della fotografia. Il suo coinvolgimento alla performance del teatro Massimo aveva però finalità estranee. Passiamo pertanto a questo spettacolo multimediale, perché di puro spettacolo si è trattato data l’eterogeneità dei tempi scenici e degli strumenti adottati, in un teatro lirico per istituzione, ove il giornalista scrittore Attilio Bolzoni, l’arrangiatore del video e la regista hanno cercato ognuno con la sua tecnica di dare una loro lettura di un episodio senza storia, avvenuto in un luogo ai più sconosciuto, in giorni imprecisati. Fu il trafugamento in una notte ignota di un capolavoro che fino allora era rimasto quasi ignorato e ritenuto di tanto scarso valore da lasciarsi in un oratorio, per di più alla Kalsa, in custodia di pie donne. Pochi conoscono ancora l’oratorio di S. Lorenzo, i più oggi soltanto per il clamore del clone, perfetto in immagine e tanto esaltato. Ma i cloni di morte e di morti sono di moda a Palermo come la Villa Deliella che si vuol clonare, argomento quotidiano di promotori. La Natività più ricercata da tutte le polizie del mondo. La mafia, si disse, e così si dibatté allora fino ad oggi in tonnellate di carta. Con tutte le ricostruzioni fantasiose, il giallo di un’opera scomparsa che divenne perciò celebre, come quel riquadro vuoto da visitare fra i candidi splendori del Serpotta. Questo mix di parola-foto-video-musica vuol prendere spunto da questa oscura ed arcana scomparsa, della quale cronisti e critici dell’evento non sanno trovare la parola adatta. E potrebbe essere stato un vero e proprio rapimento, divenuto quel Caravaggio una persona viva, tagliata a pezzi, mangiata dai topi. O sepolta in qualche ricchissima casa? Tralasciando i criptici ed insignificanti video e le poche foto che per tutta l’oretta sono scorsi sul parallelogramma da lato a lato del proscenio, gli elementi che avrebbero dovuto delucidare la storia del titolo sono rimasti la parola e la musica. Qualcuno ha inventato per questo spettacolo il nuovo genere musicale di oratorio “giornalistico” (le virgolette non sono mie). Certo che l’oratorio, nelle sue partizioni, laica o religiosa, dice da se stesso di cosa si trattasse. Si è spesso tirato in ballo per definire un mix di parola e di canto, ma assai impropriamente forse per la qualità della musica strumentale, forse per il contenuto volutamente melodrammatico. Qui la parola attacca con una ouverture sui piedi nudi per divagare in un parto e in una clinica a tutti nota, ma per esperienza personale di nascite o di visite. Poi tutte le scorribande dell’autore, voce e anima recitante, solistiche memorie o sovrapposte allo strumento solista, narrano del furto mafioso epocale nei suoi risvolti cronachistici, sfiorando l’ipotesi tragica della scomparsa del giornalista De Mauro, chiamato in causa anche per l’affaire Mattei. E la storia infinita di un cinquantennio di “guerra”, così si dice, fino al dimenticato San Puglisi. Qualcuno ha voluto cercare la genesi di questa invasione di attualità sulla scena, partendo dalle gridate ossessive di Beppe Grillo o dagli arcani rivelati di Travaglio in Tv e fresco di scena anche a Palermo, ai tour di Rampini o alle americane inchieste di cronache per patiti teledipendenti. E passi, nella speranza o nell’angoscia che il “giornalista” che dovrebbe seguire i famosi w non si trasformi in teatrante itinerante di mirabilia. Era sufficiente la drammatizzazione di Lucarelli. Che poi si voglia assemblare Pirandello e Camilleri con comandamenti scespiriani e lezioni americane di Calvino (così in un articolo) per espandersi su tutta l’esperienza teatrale di livello palermitano ne corre. Quei monologhi appassionatamente recitati in un angolo della scena erano sprazzi della biografia di Bolzoni assurti a Storia cittadina. E ben rilevava questa sognante rêverie l’intrusione dell’io narrante. Della Mafia resta l’espediente di cronaca, in linguaggio e situazioni talvolta grondanti di retorica. La musica. Dallo stesso maestro violoncellista autore è stata giustamente definita un collage di variazioni su temi, strutture musicali ed epoche e diversi. Su tutti si sovrapponeva il maestoso Coro, nei suoi saltuari intermezzi, tanto che si è reso necessario farlo coprotagonista sollevandolo sul palcoscenico dal golfo mistico, ma, cosa inusuale, facendolo sedere in deliziose poltroncine. Sollima ha citato i testi che gli sono serviti di ispirazione per le sue “variazioni”. Sono tutti assai antichi e di tecnici raffinati. Per prima la solennità del coro ispirato al Gloria dalla Messe de Nostre Dame del francese Guillaume de Machaut (1300-1377 circa), l’ultimo grande poeta che fu anche compositore e personaggio rappresentativo del movimento Ars nova, sulla linea dei mottetti e delle ballate. Ho trascorso una serata di magia ascoltando da youtube madrigali mottetti e rondò, eseguiti da appassionati di musica medioevale, talvolta su una base di miracolose rubriche e disegni di epoca con dame e cavalieri. Poi il magnifico ed esaltante “Beltà, poi che t’assenti” (W6.16), tratto dal VI ed ultimo libro dei Madrigali di Carlo Gesualdo, detto da Venosa (1560-1613). Intonato al momento di assenza di quella bellezza della quale noi siamo stati privati, ampliava i registri espressivi con un cromatismo reso più intensivo dalla dicotomia tra omofonia/polifonia, consonanza/dissonanza. Infine il ground di tre misure attribuito forse a Thomas Preston, organista e compositore di Oxford, morto forse il 1563, all’apice del virtuosismo cameristico. Caratteristica che ha improntato la creazione artistica e l’esecuzione del maestro Sollima che ha voluto essere in sintonia anche scenografica e visiva con la nutrita orchestra, che si è valsa anche di strumenti estranei alla tradizione strumentale, tipo i fogli di carta e strumenti inconsueti. Non ci può essere miglior commento dello spettacolo di quello dell’autore Giovanni Sollima: «Quella de Il Caravaggio rubato non è una partitura narrativa e nemmeno una colonna sonora. Anzi, a tratti volta le spalle alla narrazione stessa, alla logica del sottolineare o dell'esaltare. Non ci sono riferimenti specifici al fatto in sé (il quadro assente) né a una Palermo ancora una volta da analizzare, da spiegare. Ho diviso la partitura in tre blocchi, la forma è vagamente quella dell'oratorio». E non poteva essere diversamente con protagonista il luogo profanato, cioè un oratorio, per il quale era nato il genere teatrale. Questa sincerità va a lode del maestro. Di altro la forma teatrale non poteva avere, se non clonando un genere morto nel 1915 con l’ultima prova di Lorenzo Perosi, In diebus tribulationis. Una simile forma teatrale ci avrebbe catapultato nel Medioevo. E gli spettatori moderni, anche di un genere morto e sepolto come l’opera, non avrebbero accolto un saggio antico di moderna bravura. Nelle diverse tonalità ritmiche e coloristiche dell’orchestra, ma soprattutto nell’elegia degli a solo del violoncello la parte più emotivamente trascinante. Si deve comunque rilevare qualche sbavatura, il virtuosismo talvolta sopra le righe del solista e all’opposto l’esasperazione di certi timbri, almeno secondo il mio gusto di patito della musica strumentale, la lunga sequenza protagonista delle sole frastornanti percussioni, suggestiva, ma che si è accresciuta in un certo punto a vera tamburriata. E mi perdoni, una certa macchinosità nel mutare delle parti in itinere tra solista eccezionale e direttore di orchestra e Coro.

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