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Il boom del Massimo e il Macbeth

I numeri ci son tutti: le presenze di pubblico, l’affollato parterre del palco, cosiddetto reale, il numero di pagine che la stampa quotidiana ha dedicato all’evento, da venerdì e ancora fino al successivo martedì. Record forse unico fra tutti le pagine con le quali lo ha promosso e celebrato un quotato giornale nazionale, nella sua sezione di Palermo, ben sette pagine, per dire quattordici facciate, occupate dalle firme della cronaca e degli addetti alla musica palermitana (in ordine e su sfaccettature diverse, generali o mirate, Violante, con tre articoli, Di Caro, Scarafia, Lombardo, Taormina, Lauria, Nobile). L’evento delle ricorrenze eccezionali ha giocato il suo ruolo basilare, ma non solo quello. L’inaugurazione attiva sempre un certo interesse e promette novità eclatanti, il meglio progettuale della stagione. O un’avance programmatica. Questa serata non poteva che essere Verdi ad occupare la scena e per tanti ovvi e buoni motivi. A parte la tirata patriottica, direi solennemente politica del Verdi della conquista savoiarda assunta a simbolo nel suo cognome. Ma nessuno ovviamente ha rilevato questa inezia, il solenne inno levato al Teatro della Pergola a Firenze il 14 marzo 1847 (alla Scala dopo un coma profondo solo il dicembre 1952 con Maria Callas): «Patria oppressa! il dolce nome / No, di madre aver non puoi…Patria oppressa, il tuo dolor» (atto IV, corale scena prima). Ancora oggi questa patria derelitta avrebbe le sue ragioni di reclamare. Cosa potrei dire ora io che non dispongo di interviste ai protagonisti e di pensieri di officianti. Tutti hanno detto di tutto in questa ben orchestrata prima della prima dell’anno al Teatro Massimo G. Verdi, pardon “Vittorio Emanuele”, che compie i suoi nobili e ignobili 120 anni da quel Falstaff del 16 maggio 1897, che lo inaugurava dopo «22 anni di lotte partigiane, di dolorose esitazioni, di volgari polemiche, elevate senza coscienza da sedicenti critici invidiosi». Tanti dalla posa della prima pietra da parte del sindaco, quell’Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, poi ministro dell’Interno e primo ministro del Regno d’Italia. Avvio e progetto di GB Basile che ebbe il tempo di morire, adempimento ventennale del figlio Ernesto. Fino a quell’ultima scena del 1974, quando il sipario calò ancora e furono le ombre delle monache a girare per i corridoi per altri 20 anni fino al 1997, quando il Va’ pensiero di Verdi proposto da Mannino ruppe l’incantesimo. Ed ora altri 20 anni di gloriosa attività da celebrare con pompa e sfarzo con Verdi ancora, ma con un suo capolavoro problematico e forte, tanto ostico da restare in oblio per 105 anni, nonostante il pesante rifacimento francese del 1865. La serie di queste ventennali ricorrenze giustificavano la grande euforia, - e gli scongiuri -, la giusta sacrosanta ubriacatura di Giambrone e del “suo” teatro, che ha fatto le cose in grande, ha portato tanti sovrintendenti di teatri, quelli di Roma, Napoli, Ginevra, Michael Capasso della New York City Opera, accompagnato da Francesca Campagna, senior artist manager della Royal Opera House di Muscat, una quarantina di critici, collegamenti Rai2 e Sky e stream. La più grande visibilità per un teatro che meriterebbe molto di più, se i danarosi siciliani dessero un piccolo obolo per l’arte, anche con il rischio di rinnovare il popolo, se l’isola non fosse sempre un’isola lontana dal potere meneghino. Non è che poi si è sentita tanto l’assenza di ministri di alto ruolo e di Presidenti, pur se palermitani, poche lagne rispetto all’offesa dei milanesi della Scala. Per questo ventennale l’inossidabile, sempre giovanissimo negli slanci e nel fervore interpretativo, Gabriele Ferro, recente direttore musicale del Teatro, in clamorosa accoppiata con la discussa Emma Dante alla terza prova di inaugurazioni palermitane, dopo Feuersnot di Richard Strauss del 2014 e la Gisela! oder, Die merk- und denkwürdigen Wege des Glücks di Hans Werner Henze del 2015, con i suoi fedeli, l’assistente alla regia Giuseppe Cutino e Carmine Maringola scenografo, su un palcoscenico affollatissimo dagli attori della sua Compagnia e dagli Allievi della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo sostenuti dal suo sodale Roberto Alajmo. Sorvolo sullo staff e sulla seconda defezione alla prima del protagonista indisposto, che sta diventando una consuetudine. L’opera ha trovato un valido interprete nel secondo Giuseppe Altomare che ha duettato degnamente con Anna Pirozzi. Dell’esaltante lettura di Ferro si è detto, come sempre perfetta la simbiosi del Coro diretto da Piero Monti che abbiamo la fortuna di apprezzare al Massimo. L’attesa era tutta riservata alla fantasia inventiva di Emma Dante. Lei stessa forse temeva o prevedeva le reazioni e fra gli spettatori dialoganti nel foyer si aspettavano le sue effervescenze tecnico-spettacolari, i suoi sberleffi, i suoi colpi di coda. Forse li temevo anch’io. E perciò devo ammettere che in linea di massima l’aspetto spettacolare e strabiliante, il secentismo delle meraviglie è rimasto equilibrato e ne sono stato anch’io spettatore affascinato e travolto. Tanto da dimenticare quelle attualizzazioni e localizzazioni che sono la chiave di lettura del dramma. Immagino che se l’opera si fosse realizzata a Città del Messico la foresta vagante di Birna, invece dei fichidindia di mediterranea, anzi palermitana allusione, sarebbero sfilati i cactus. Mi consola che anche Piero Violante ne avrebbe «fatto volentieri a a meno». Questo francamente disturba per chi è stufo di identificazioni della Sicilia a beneficio di turisti per caso con i fichidindia, il carretto, il marranzanu (mancava fra tanti suoni). E nella mafia. Mi sconvolge che in una siciliana che ama la sua terra prevalga questo stereotipo di rappresentazione da depliant. Poteva almeno scegliere una foresta di zitronen goetiani (Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn? di Mignon) e per farla completa, sinestetica, avrebbe potuto evaporare in sala profumo di zagara. Chiedo venia per l’insofferenza davanti a tali ingegnosità. È possibile alludere al potere con un impraticabile trono di due metri e mezzo, è lecito riprendere nello scheletro di cavallo il cavaliere che atterrisce nell’anonimo Trionfo della morte del Museo Abatellis. Bellissimo il gioco di spade alla Kurosawa. Anche le streghe assatanate e incinte e lo sgravamento in quella tinozza da cui si prelevavano bambolotti. Ma i Satiri con il loro organo in mostra? Era un’orgia dionisiaca e non una tregenda nordica? Travolgente e magico il rosso che si espande per la scena, coinvolgente il coro nella fossa e ai lati della platea, alla fine anche il gioco delle sedie, le abusate sedie volanti apparse spesso. Alla fine questo gioco pirotecnico delle allusioni e dei richiami ha trascinato tutti nella pazzia dell’omicidio, negli spettri e nei sonnamboli shakespeariani, l’orrendo rimorso che non lascia spazio neppure al pentimento. Diciamo che alla fine sono prevalsi la musica e il canto e lo spettacolo si è sviluppato in modo piacevole. Nonostante il dramma orrendo in quella donna assetata di potere. Perché è lei la vera protagonista dell’orrore, è lei che spinge ad agire ed Emma sa amplificarne la superiorità con quello schiaffo perentorio e plateale. Da giovane mi colpirono quelle mani: «Non potrebbe l'Oceano / Queste mani a me lavar!». E la leggerezza della Lady: «Poco spruzzo, e monde son. / L'opra anch'essa andrà in oblio». In Macbeth c’è il rimorso che lo tormenta, insistente, distruttivo.

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