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Elettra figlia dell’odio

elettraLa rappresentazione, databile a dopo il 425 a.C., quando Erodoto aveva concluso le sue Storie, dalle quali Sofocle riprese il sogno di Mandane per immaginare quello di Clitennestra, e quindi negli anni dell’Edipo re, segue uno sviluppo rettilineo ed omogeneo. Procede dalla volontà di vendetta di Elettra, che con l’annunzio della morte di Oreste, si gonfia di odio e di risentimento ed esplode fino a giungere con i due assassinii alla catastrofe finale. L’eroina fa vivere, onnipresente per tutto il dramma, la sua inconsolabile disperazione che si va montando e consumando, dopo la notizia della morte dell’amato ed a lei ignoto fratello.
Sofocle riprende in questa unica tragedia il mito che già Eschilo aveva rappresentato più ampiamente ed organicamente nella tetralogia, presentata nel 458 a.C. e nota come Oresteia, e più precisamente nella seconda tragedia Le Coefore, le portatrici di libagioni sulla tomba di Agamennone. Lì gli assassini degli adulteri avevano una più solida giustificazione che si sviluppava in un iter complesso su base eziologica che conduceva all’istituzione dell’Areopago, il tribunale criminale. La vicenda avrebbe avuto anche un esito successivo con l’omonima Elettra di Euripide del 413 a.C. che porta alle conclusive elaborazioni del mito, popolarissimo ad Atene, con una rievocazione bucolica e pienamente umana, risolvendo l’assassinio con l’arrivo dei Dioscuri in forma di deus ex machina e con Elettra che, in aspetto di contadina, sposerà Pilade, mentre Oreste sarà assolto dal matricidio nell’Areopago di Atene. Il tema, accennato nell’Odissea (IV, 534-35, XI, 405-439) e proposto dal nostro Stesicoro di Imera, ancora in Eschilo affondava le radici nella sacralità preellenica di Agamennone, toro sacrificale, associato alla paredra Clitennestra, la pótnia therón. Nelle successive rivisitazioni si era man mano antropizzato in una serie di delitti conseguenti ad un adulterio, la triade umana di amore, e si era sedimentato in un peccato di sangue che si trasmetteva di padre in figlio, fino a sciogliersi in una umanità semplice e quotidiana. In Sofocle il tema ossessionante è il dolore per la perdita del padre e l’odio viscerale per gli assassini. Nell’idealizzazione che è alla base della drammaturgia di Sofocle, il pio, il Dexion per avere ospitato la statua di Asclepio, l’amato degli Ateniesi che gli diedero diciotto vittorie alle Dionisie, dolce e sereno ideale di bontà come lo vediamo nella statua del Museo del Laterano, Elettra è la ragazza dell’odio, acuito in azione scenica dal annunziata falsa perdita dell’ultimo affetto che credeva al sicuro. Il tema, avvincente e popolare, con lui rimarca la profondità umana dell’odio, nato dagli abissi del dolore, dall’angoscia senza soluzioni umane. Elettra, come tutte le donne erocihe assettata di luce, è eroina tutta di un pezzo, come furono le altre creature di Sofocle, la irremovibile Antigone o la sposa ardentemente innamorata, Deianira, assassina inconsapevole per amore nelle Trachinie del 421 circa.
Che dire della regia di Gabriele Lavia? Lodevole la sua onestà intellettuale, il rispetto del testo intangibile di Sofocle, genio della bellezza canonica e manifesto dell’età di Pericle, metro di paragone dei classicisti seguaci di Johann Joachim Winckelmann con la sua troppo osannata Geschichte der Kunst des Alterthums del 1763. Lavia sulla traccia della traduzione che, presumo, abbia lui stesso affidato a Nicola Crocetti, traduttore di poeti in greco moderno (Ritsos e Kavafis), ha voluto dare una sua lettura del capolavoro perfetto di Sofocle. Perciò nella stessa locandina da affiggere coram populo ha espressamente specificato che ha voluto fare una “revisione e adattamento Teatrale” del dramma di Sofocle. Su questa base si è realizzata la sua regia. Chi degli spettatori vuol conoscere il testo di Sofocle cerchi altrove. Qui si tratta di una interpretazione che ha voluto tenere conto delle esigenze del teatro contemporaneo, ma soprattutto è andato incontro alle aspettative e alle smanie o alle idiosincrasie del pubblico eterogeneo di un teatro turistico come quello di Siracusa (diverso dei patiti dell’Arena di Verona). Questa la sua correttezza e l’encomio per la sua sincerità. Qualunque sia poi l’effetto della sua lettura del teatro greco classico e di Sofocle e di questo suo dramma in particolare.
Molte cose erano successe con Sofocle. Aveva richiesto una più precisa definizione della scenografia, prima allusiva e additata, tanto da essergli attribuita quasi come sua invenzione. Aveva operato l’ampliamento del Coro da dodici a quindici coreuti, divisi in due semicori di sette con effetti antifonali e guidati da un capo coro (corifeo). Più rivoluzionaria rispetto a queste due innovazioni tecniche teatrali fu l’introduzione di un terzo attore (tritagonistés, qui usato) che conferiva maggiore dinamicità, ampliava le possibilità dialettiche e sceniche dell’azione con tre personaggi contemporaneamente sulla scena, quarto il Coro a rappresentare il popolo. Tuttavia ancor più dirompente fu la rottura dell’unicità narrativa della tetralogia, norma sacra ancora in Eschilo, morto a Gela il 456 a.C. L’abbandono della tetralogia su tema unico e l’uso della singola tragedia come in sé compiuta, pur nell’ambito della tetralogia richiesta dalle gare tragiche, conferiva maggiore tensione drammatica, una più stringente drammaticità, uno scatto maggiore dell’agon. L’Edipo re, monolitico dramma di indagine criminale, pur nello sviluppo del tema della stirpe di Laio con l’antecedente Antigone e l’Edipo a Colono, diventa forma canonica delle presunte e inventate unità di tempo, di luogo e di azione. Quali furono gli altri drammi che presentò assieme all’Elettra? Si sa soltanto di tragedie che ne sviluppano il tema, la Clitennestra e l’Egisto.
L’eroina qui campeggia assoluta, statua di angoscia e di pena. Non si pone la questione etica del matricidio, si rivela solo quel discrimen arduo da definire tra umano e divino, che era profondamente sentito e vissuto da Sofocle. Poi tutto resta insoluto, a differenza di Eschilo e di Euripide: non un pentimento, una resipiscenza, una pur lieve condanna del ferino istinto di vendetta.
Nella concreta realizzazione il cast è ben amalgamato, gli attori nel complesso reggono all’impianto titanico del testo e della parola. Quello che si può notare è una fedeltà alla vicenda senza eccessive forzature sceniche ed espedienti di captatio benevolentiae del pubblico con marchingegni e mostri scenici. Resta sempre da lamentare l’eccessiva teatralità, la marcata gestualità e soprattutto il ricorso a sonorità gridate, sopra le righe, qui inutili data l’amplificazione artificiale di molti decibel, rimarcata anche nell’altro spettacolo. E mia impressione, la violenza recitativa e lo slancio teatrale conferito da Maddalena Crippa alla sua Clitennestra, la sua irruente e possente baldanza ha messo in ombra la dolorante affermazione della vera protagonista interpretata da Federica Di Martino, schiacciata tanto da apparire inadeguata ad esprimere la complessità del personaggio, il suo patire che esplodeva, questo sì, nell’odio assoluto. Prova di scioltezza e di immedesimazione nel personaggio anche quella dell’Egisto-Maurizio Donadoni, spavaldo, forse con qualche eccesso, ma veritiero. L’apparizione di Pedagogo -Massimo Venturiello e di Oreste-Jacopo Venturiero (lo scherzo dei due cognomi non allude a niente), ci ha portato subito in atmosfera, anche se quella palizzata e quella scala sospesa restano enigmatiche come i ruderi insabbiati, tanto più che il pedagogo ne dà una dettagliata descrizione punto per punto. Nel complesso una prova degna delle scene classiche di Siracusa. Naturalmente ognuno può trovare qualche sbavatura, qualche ridondanza, ma l’impressione generale risponde ad una coerente, anche se personale, resa della classicità. E Lavia, da mostro di teatro, sente quell’atmosfera e ne svela il pathos recondito.
Noi preferiamo accompagnare Oreste dietro la scena ove spinge Egisto, l’assassinio non si addice alla scena aperta, resta il pudore del sangue. Mentre Elettra lo incita feroce ad ucciderlo subito per dare sollievo a tutto il suo patire, voglio cantare con il Coro: «Sperma di Atreo, quanto patisti per giungere a stento a questa libertà».

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