• fotopalermo1
    Se vuoi collaborare con noi contattaci subito!
  • fotopalermo2
    Troverai tante notizie per vivere al meglio la città scoprendo cultura, eventi, storia e natura
  • cattedrale
    Segui ViverePalermo.it, ogni giorno notizie selezionate per te e tante informazioni utili!

Che gelida manina!

bohemePossono essere anche semplici coincidenze, casuali accidenti, ma la serata della prima di inizio autunno è stata veramente eccezionale. Si è percepito che qualcosa è veramente cambiato nel rapporto popolare dei Palermitani con il loro Teatro. Si è potuto quasi credere che tutti i cittadini fossero convenuti in quella piazza e in quel teatro dedicati a Verdi. La volontà di una nuova gestione si era già manifestata con l'anteprima, le cosiddette prove, un sold out di 1.300 spettatori che si erano presentati all'appello a favore del lavoro di Medici Senza Frontiere, iniziativa di solidarietà che si spera si possa ripetere, dato il successo, invece dei biglietti gratis ai soliti politici e amici. Poi ieri sera il coup de théâtre, l'ampliamento dello spazio scenico con la propaggine di un altro sipario accostato allo straordinaria gradinata monumentale, a guardia i due leoni cavalcati dalla Tragedia di Civiletti e dalla Lirica di Rutelli. Ed altri trecento posti, oltre quelli che si sarebbero accalcati al di là delle transenne. Il teatro era gremito, come una bomboniera, in ogni ordine, dalla sala alla "piccionaia", in un'immagine che a prima vista atterriva. Una infinità di teste, quasi che gli spazi tra palchi e piani fossero scomparsi. Il palco reale era gremito. Ma non solo dei soliti invitati: il Presidente della Repubblica, siciliano sì, ma anche patito del suo teatro e della lirica («Bellissima edizione, scene e costumi mi hanno colpito molto. E questa iniziativa in piazza è bellissima, così fate un teatro di tutti»), al cui onore e a quello dell'Italia è stato da tutti intonato l'Inno di Mameli sulle note dell'orchestra; la seconda carica dello Stato il Presidente Grasso, presidente dello Stato in pectore. Lo Stato italiano era qui in quel palco che nei secoli ha accolto tanti sovrani italiani ed esteri. Il pubblico delle grandi occasioni, tante lingue diverse, giapponesi, tedeschi, inglesi, francesi. E infine la kermesse annunziata per sabato e domenica, ancora in piazza musica strumentale (Le Quattro Stagioni di Vivaldi appaiate a Las cuatro estaciones porteñas di Piazzolla), musical e voci bianche ed altro e domani serata di video.

Coincidenze strabilianti. Giacomo Puccini diede la prima di La Bohème il 1° febbraio 1896 al Teatro Regio di Torino. L'accoglienza fu, diciamo benevolmente, tiepida, se non ostile, nonostante le ventiquattro successive repliche e il tutto esaurito in teatro. Forse ebbe un suo peso, ma non il solo, la presenza sul podio di un Arturo Toscanini appena ventinovenne. Si disse eufemisticamente che il pubblico lo accolse con semplice cortesia. Più pesanti e sprezzanti furono le stroncature dalla stampa meneghina. Sempre in gara con lui sorte non certo migliore toccò a Ruggero Leoncavallo che cinque anni dopo il successo di I pagliacci, il 6 maggio 1897 diede alla Fenice di Venezia una sua La Bohème e fu fiasco completo. Non fu sufficiente il rifacimento e il mutamento di titolo in Mimì Pinson. Il nuovo debutto a Palermo il 1913 fu un altro botto sonoro. Nel debutto a Palermo Puccini riscattò invece l'insuccesso e per questo suo capolavoro iniziò una serie infinita di applausi a scena aperta in tutti i teatri del mondo e con tutti i grandi interpreti femminili e maschili.

Straordinario era stato il tema scelto intorno al 1894 da quel gruppo affiatato e collaudato, Luigi Illica, il librettista anche di Catalani e Giordano, che ebbe la ventura di imbattersi nel Giuseppe Giacosa di Tristi amori e Come le foglie, per esemplificare, amico di tutti gli artisti milanesi al quale Pascoli scrisse l'epitaffio: «Così la morte è bella, / non è partire, è non andar via. / E tu restasti. Non si muore / così, Così, mio buon fratello, / si resta». Per due anni i due librettisti si erano accapigliati con il musicista in interminabili discussioni nella formulazione dei versi per elaborare e stendere il testo del libretto sul quale in soli otto mesi, si fa per dire, Puccini avrebbe composto l'incanto della sua musica e delle melodie. E fu la rivoluzione a partire dal testo e dei contenuti: la banale quotidianità con i suoi termini plebei si innalzò a dramma, i piccoli semplici atti degli umili servirono a cogliere il sentimento del tragico dell'esistenza. Il gruppo aveva ripreso in avanzata epoca verista quel clima artistico di moda tra il 1860 e il 1870 e passato come Scapigliatura milanese: miseri ambienti giovani artisti squattrinati umili donnette, quel disordine, quell'anticonformismo di "zingari boemi" (bohèmien), esasperazione di una realtà "diversa" ed esclusiva come l'anticlassicismo e l'antiromanticismo patetico della cultura borghese. In questa chiave di giovanile rivolta il comico e il tragico si saldarono e confluiscono in una sintesi perfetta. Su questa atmosfera di esasperato minimalismo la novità musicale, impastata di reminiscenze, diciamo riverberi e aure musicali da Wagner e da Verdi. Prima la Durchkomposition (da Oro del Reno e Otello e Falstaff) che superava quella frammentarietà narrativa, la scomposizione in brani separati e discontinui della tradizione settecentesca. Ora la "composizione continua" dava una sintesi più consona ai processi esistenziali, anche se «nello svolgimento scenico si attennero al fare del Murger suddividendo il libretto in «quadri ben distinti» (Prefazione al libretto). Passando alle soluzioni musicali più specificamente tecniche, Puccini scelse il predominio della voce sull'orchestra: rimarcato in esecuzione da sospensioni, il personaggio si impone sul commento in margine, sull'evocazione del suo sentimento, come era giusto che fosse, se non si voleva adottare la struttura di un poema sinfonico. Era la riproposta della questione a partire da Mozart e dalla riforma di Gluck. Perciò anche l'adozione dell'arioso lirico verdiano, ma anche la ripresa wagneriana, il "nutrimento spirituale" dell'armonia e insistente il tema elegiaco come leitmotiv. In quest'opera espressamente la rivoluzione della melodia, «che non canta mai a piena gola, ma si frange in una serie di morbidi respiri, che sfiorisce per una sorta di insidiosa e metafisica "stanchezza"» (Enciclopedia Garzanti). A partire dalle lezioni di Falstaff, sono state additate anche "intuizioni di grande originalità", come ad esempio il quartetto conclusivo del terzo atto. Si tratterebbe piuttosto di due duetti con qualità drammatiche e musicali diverse e sovrapposte: il battibecco coniugale di Musetta e Marcello e il consueto duetto d'amore di Mimì e Rodolfo, in una mirabile sintesi degli opposti, il grottesco e l'elegiaco.

A me piace riprendere un ricordo della vitale Anna, amica e vicina di posto, ex violinista di lungo corso da Catania a Palermo assieme al marito. Mi confidava che sulla guaina del suo violino aveva fatto stampare le note del valzer di Musetta, aggiungendo, con modestia, solo "l'avvio".

Sono andato a rileggere la storia strabiliante di questa "romanza a ritmo di valzer", divenuta strumento di civetteria di Musetta ai tavoli del Caffè Momus, tra malia e seduzione. Il motivo era nato nel settembre 1894 come Piccolo Valzer per pianoforte per la cerimonia di consegna della bandiera di combattimento alla nave da guerra "Re Umberto" a Sestri Ponente. L'idea gli era venuta in barca sul lago di Massaciuccoli. Poi un lampo geniale e inviò a Giacosa il verso, diciamo la traccia ritmica di un verso, «Coccoricò, coccoricò bistecca», che Giacosa trasformò altrettanto genialmente da grande poeta elegiaco nell'incipit, «Quando men vo, quando men vo soletta», sempre in Mi maggiore. Ben misera fredda cosa la mimica di numeri degli attori di cinema. Per di più da cerimonia militare a languida elegia, nella tipica forma ternaria del valzer (A-B-A'), incredibili le 25 variazioni in 47 battute. Così funzionava la creazione a tre. E Illica? È un miracolo che da questa equilibristica comunicazione fossero nati dei versi vestiti di melodie, entrambi stupendi. Anche se impiegarono due anni. Pensavo al gioco fonetico di Schaunard, il musicista: «Gli propinai prezzemolo!... / Lorito allargò l'ali, / Lorito il becco aprì, / da Socrate morì!», mentre invita gli amici ad uscire: «Pranzare in casa / il dì della vigilia / mentre il Quartier Latino le sue vie / addobba di salsicce e leccornie? / Quando un olezzo di frittelle imbalsama / le vecchie strade?». O penso ai venditori: «Aranci, datteri! Caldi i marroni! / Ninnoli, croci. Torroni! Panna montata! / Caramelle! La crostata! Fringuelli / passeri! Fiori alle belle!... Latte di cocco! Giubbe! Carote!». E via si seguito. E il riso ridotto al ritmo di «Ah! Ah! Ah! Ah!» dei monelli. Suggerimenti musicali o testi concordati? Proseguendo, un vero campionario di mercato rionale.

Alla triade era apparso affascinante e popolare il tema di realismo scapigliato della soffitta di artisti, arti esemplari la poesia, la pittura e la musica, e della fanciulla delicata dalla storia breve («A tela o a seta / ricamo in casa e fuori... / Son tranquilla e lieta / ed è mio svago / far gigli e rose. »), stroncata dalla tisi. In controluce e in bordone Musetta, «Molta civetteria, un pochino di ambizione e nessuna ortografia... Delizia delle cene del Quartiere Latino». È l'ambiente che Henri Murger aveva narrato nel 1851 nel suo romanzo, Scène de la vie de bohéme (edizione Salani La Bohême o gli eroi della miseria, e il dramma dello stesso anno di Th. Barrière, La vie de bohème): «pioggia o polvere, freddo o solleone, nulla arresta questi arditi avventurieri...La loro esistenza è un'opera di genio di ogni giorno, un problema quotidiano, che essi pervengono sempre a risolvere con l'aiuto di audaci matematiche... Quando il bisogno ve li costringe, astinenti come anacoreti; ma se nelle loro mani cade un po' di fortuna, eccoli cavalcare in groppa alle più fantasiose matterìe, amando le più belle donne e le più giovani, bevendo i vini migliori ed i più vecchi» (prefazione al romanzo). Da allora questa vicenda sarebbe stato pretesto per musiche e canzonette e per tanti film, celebre il Moulin rouge! del 2001 di Baz Luhrmann con Nicole Kidman.

La vita bohémien avrebbe mantenuto il suo fascino segreto nella cultura europea ed anche negli artisti americani (penso ad Hemingway) per quello di allegria giovanile, per quel sogno irrecuperabile di una libertà assoluta, l'infrazione assunta dall'imperante oppressione borghese come liberazione, quella nuova società che, abbattuti gli steccati dell'aristocrazia imparruccata, si preparava a creare nuove solide barriere sociali. Impero di una nuova classe, consolidato addirittura da imperatori, inconsapevole che sarebbe venuto un giorno in cui si sarebbe celebrata anche la morte della borghesia. Ed era nato un bohémien style, un tropos di vita che aveva permeato tutta la società di fine secolo. Un musicista fortunato, un pittore e un poeta, quel Rodolfo che ne sintetizza la biografia, «In povertà mia lieta / scialo da gran signore / rime ed inni d'amore. / Per sogni, per chimere / e per castelli in aria / l'anima ho milionaria».

Ma non si trattava solo di questo. Puccini a 38 anni aveva raggiunto l'apice della perfezione, era pervenuto ad un equilibrio perfetto che gli offriva la tradizione operistica europea della quale accolse tutti gli spunti innovativi. Come ha scritto Serpa La Bohème è la «rielaborazione, personale e coerente, di molte suggestioni artistiche (il melodramma, il romanticismo tedesco, Bizet, il Falstaff, l'opéra-lyrique francese, la romanza da salotto) che, vagliate da una sensibilità musicale attentissima, sono state volte a un esito nuovo e aperto al futuro. L'intenso lirismo melodico, l'armonia originale e raffinata, il timbro strumentale vaporoso, i colori di Bohème sono inconfondibili e hanno ormai l'assolutezza di un "tipo" musicale, la loro classicità» (Prof. Franco Serpa, latinista ed eccezionalmente raffinato musicologo, membro dell'Accademia Filarmonica Romana e dell'Accademia di Santa Cecilia ).

Tabellone e dati tecnici

Finalmente al Massimo un proprio allestimento, realizzato da una Istituzione di eccezione, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per il quale corre obbligo di fare gli auguri al maestro Zubin Mehta direttore onorario a vita e al sovrintendente Francesco Bianchi. Viene da piangere, se l'arte è ridotta in miseria e ci si adonta per l'attesa di curiosi turisti davanti al Colosseo, con un progetto politico ben mirato. Un ente come il Maggio non può essere così abbandonato nell'incuria totale davanti allo sperpero e al malaffare politico.

La regia tradizionale di Mario Pontiggia, sullo sfondo delle scene e dei costumi di Francesco Zito (soffitta con travatura, caffè stile liberty, l'Enfer brumoso e squallido di periferia), ha collocato in uno spazio atmosferico cupo l'addensarsi premonitore della tragedia ed è esploso nella disordinata baldoria del caffè, in un colorismo oltre che pittorico anche di folklore ottocentesco. La direzione di Pier Giorgio Morandi ha sostenuto con sospensioni quell'impianto tecnico di privilegio del bel canto che ha avuto interpreti che hanno meritato le ovazioni nei passi celebratamene popolari: la Mimì di Maria Agresta, il Rodolfo di Giorgio Berrugi, Musetta di Lana Kos, Marcello di Vincenzo Taormina, la Colline di Gianluca Buratto, lo Schaunard di Simone Del Savio. Spigliato il coro diretto dal Maestro Piero Monti, fresco e brrioso quello di voci bianche diretto da Salvatore Punturo.

Microstoria

Le recenti riprese palermitane, al ritmo quinquennale, stanno a ribadire il gradimento dell'opera e la sua cantabile e facile popolarità, alla quale si ricorre talvolta quando si vuole incantare il pubblico e fare il pienone.

L'eccezionale edizione del 15 febbraio 2005 fu nell'allestimento del Teatro Regio di Torino, vide sul podio Donato Renzetti, sotto la regia di Giuseppe Patroni Griffi con scene e costumi di Aldo Terlizzi; il cast fu composto da Walter Fraccaro (Rodolfo), Hasmik Papian (Mimì), Donata D'Annunzio Lombardi (Musetta), Marzio Giossi (Schaunard), Giuseppe Riva (Benoit/Alcindoro), Domenico Balzani (Marcello), Enzo Capuano (Colline). Dichiarò Giuseppe Patroni Griffi: «L'opera non ha eguali al mondo per la sua immediatezza espressiva, per la forza della sua musica coinvolgente. E per la sua trama che esalta e canta la giovinezza. Bohème, dunque, è come un'opera d'arte. E un quadro, si sa, non invecchia mai".

L'edizione 24 febbraio 2010 su allestimento molto fortunato del 1999 del Teatro Comunale di Bologna diretto da Daniele Callegari per la regia di Lorenzo Mariani con le scene e i costumi di William Orlandi. Nel cast il siciliano Marcello Giordani (Rodolfo), uno dei più applauditi tenori di oggi, al fianco Alexia Voulgaridou, soprano attualmente tra i più richiesti per il ruolo di Mimì, Irina Dubrovskaya (Musetta), il baritono palermitano Vincenzo Taormina (Marcello). Fabio Previati (Schaunard) e In–sung Sim (Colline). Commentava Lorenzo Mariani: «Per me la Bohème è proprio la celebrazione dell'eterna gioventù, dell'energia della gioventù. L'impianto scenico che ruota su se stesso esprime un mondo che non si ferma mai, un continuo divenire; i quadri dell'opera sono come capitoli della vita che scorre e sono nello stesso tempo sfondi che danno respiro ai cantanti. Quello che mi interessava soprattutto far emergere erano le "vite" di tutti i bohémiens, di Rodolfo, Marcello, Schaunard, Colline, e delle loro dame, Mimì e Musetta; i loro sentimenti descritti dalla musica di Puccini" (cf. il mio Puccini e la Scapigliatura milanese, pubblicato il 2 marzo 2010 da Vesprino di Lions Palermo dei Vespri).

Cerca sul sito

Italian English French German Portuguese Russian Spanish

Ricevi le news

Guida turistica Palermo

guidapalermo

Su questo sito utilizziamo cookies per gestire la navigazione. Cliccando ok o continuando a navigare ne accetti l'utilizzo. European Law