• fotopalermo2
    Troverai tante notizie per vivere al meglio la città scoprendo cultura, eventi, storia e natura
  • cattedrale
    Segui ViverePalermo.it, ogni giorno notizie selezionate per te e tante informazioni utili!
  • fotopalermo1
    Se vuoi collaborare con noi contattaci subito!

Attila “piccolo padre”

attila-massimoSiamo negli anni delle scelte fondanti della vita del musicista Giuseppe Verdi, l’intrapresa via gloriosa verso l’opera. Cominciò per insistenza di Bartolomeo Merelli, impresario della Scala, nei due anni fatidici, il 1842 e il 1843, con due opere che ancora oggi sono riprese ogni anno nei teatri lirici del mondo con grande successo a cominciare dalle ouvertures, la prima, Nabucodonosor, poi semplicemente Nabucco, dato alla Scala il 9 marzo 1842 alla presenza di Gaetano Donizetti, e I Lombardi alla prima Crociata, l’11 febbraio 1843. L’autore dei libretti è Temistocle Solera, già suo primo collaboratore nella prima opera, l’Oberto del 1839. Il librettista aveva dato all’opera una tessitura ampia e con libretti prolissi privi di concisione, aperti a frequenti digressioni corali e a scene di massa. Ancora oggi in queste due opere sono celebri le grandi coralità, divenuti motivetti orecchiali popolari, come le seppe cogliere e rendere il giovane Verdi, quei corali che amplificarono fama e fortuna. Si pensi alla sua commozione per le parole del Va’, pensiero, proposto spesso come inno nazionale di Italia. Ricevuto il libretto e letto il coro, Verdi non sarebbe riuscito a prendere sonno e lo avrebbe musicato subito, per primo. Ma non minore impatto emotivo suscita ancora oggi dai Lombardi il coro O Signore, dal tetto natìo, il recitativo e Salve Maria, per citare i celeberrimi. Evidenti erano le approssimazioni nell’orchestrazione e le orecchiate influenze musicali, ancora brute e senza interiore assimilazione e rielaborazione personale. Poi sarebbe giunta la svolta con la conoscenza di Francesco Maria Piave e il portentoso Ernani. Tuttavia l’esperienza compositiva con Solera non si era chiusa. Nel 1845 gli trasse da Schiller il libretto della Giovanna d’Arco, una delle opere più fragili di questa fase. Seguì l’intermezzo con Cammarano e l’Alzira, musicata da Verdi con un certo disinteresse, ma drammaticamente efficace e non priva di soluzioni felici. Poi nel 1846 l’ultima collaborazione con Solera, questo pomposo Attila, opera trasbordante, “ampio e pretenzioso, ove Verdi soggiace alla fama di musicista patriottico, ma nello stesso tempo tenta nuove vie con la creazione di una cupa figura di tiranno” (Enciclopedia Garzanti della musica). La richiesta a F.M. Piave di apportare qualche modifica portò alla definitiva rottura di Verdi con Solera. Questo crescendo artistico sarebbe però sfociato nel successivo capolavoro Macbeth. Verdi aveva acquistato valore economico: ottenne diciotto mila lire per ciascuna opera, una somma allora straordinaria. Aveva già 33 anni e ormai una fama consolidata di compositore di opere. Attila, dramma lirico in un prologo e tre atti, fu dato in prima alla Fenice di Venezia il 17 marzo 1846, a Palermo fu prodotta dieci anni dopo nel 1855 sotto il titolo Gli Unni e i Romani. Caso straordinario lo spunto del dramma romantico, Attila, König der Hunnen del 1809 di Zacharias Werner, fu affidato dal teatro nella stessa stagione anche a Francesco Malipiero che ne trasse la sua Ildegonda di Borgogna. Non sappiamo gli esiti del confronto e della gara, ma i destini delle due opere sarebbero stati diversi, quella di Malipiero è ignota perché definitivamente scomparsa, su quella di Verdi calò il sipario dopo 25 produzioni, l’ultima edizione a Como del 1875, e scomparve, per riapparire soltanto in una esecuzione concertistica della RAI del 1951 per opera di Carlo Maria Giulini, durante il festival di Venezia. Un altro decennio e nel 1962 la riscoperta al Maggio Musicale Fiorentino, poi ad Edimburgo per iniziativa di Giuseppe Patanè e nel 1972 alla Royal Philarmonic Orchestra. Ne rinverdirono i ritorni Riccardo Muti che diresse Ruggero Raimondi e Antonietta Stella nel 1970, Nicolai Ghiaurov nel 1972 e Samuel Ramey nel 1991, ma anche Giuseppe Sinopoli e Gabriele Ferro nel 1987. Tante proposte improvvise e poi decenni di silenzio. Una curiosità, il conte Dracula nel romanzo di Bram Stoker del 1897, dialogando con Jonathan Harker si vantava di essere discendente da Attila. Altra curiosità: al Museo teatrale della Scala si può vedere il manoscritto originale di Verdi. Dagli anni delle elementari ci hanno sempre terrorizzato con questo barbaro terribile, “flagello di Dio”. E il prologo di Solera così descrive la piazza di Aquileja: «La notte, vicina al termine, è rischiarata da una grande quantità di torce. Tutto all'intorno è un miserando cumulo di rovine. Qua e là vedesi ancora tratto tratto sollevarsi qualche fiamma, residuo di un orribile incendio di quattro giorni. La scena è ingombra di Unni, Eruli, Ostrogoti, ecc.». E poi il Coro ad apertura di sipario così attacca: «Urli, rapine, / gemiti, sangue, stupri, rovine, / e stragi e fuoco / d'Attila è gioco. / O lauta mensa, / che a noi sì ricco suol dispensa! / Wodan non falla, / ecco il Valhalla!...». L’opera si è presentata oggi, dopo l’edizione del 1975, sotto buoni auspici e nel tambureggiare mediatico della nuova gestione con un’anteprima, la presentazione della star, il basso-baritono uruguayano, il bel fusto Erwin Schrott. Come per le martellanti sviolinate e le lenzuolate di stampa per il crepuscolo dell’opera e del canto, in cui tutte le sorprese barocche del geniale creatore inglese di opere nuove predominarono esclusive sulla musica e su Wagner. Perciò mi ha messo in allarme l’intervista in cui si decantavano le sue doti di giovane, bello e muscoloso, e ho sperato che le ovazioni fossero andate alla bravura nella sua interpretazione e all’eccezionalità del suo timbro vocale. Diamo a Verdi quel che è di Verdi e al giovane quel che gli spetta come cantante protagonista e mattatore. Encomiabile la buona intenzione di non riproporre «l’iconografica delle violenza, ma solo allusioni», l’esclusione delle armi e dei «finti Unni con finte corna sulla testa» (ad evitare mistioni con i buoni padani delle sagre legiste), ma non mi convincono poi i guerrieri di Attila che «sono soldati di oggi, a metà strada tra i mercenari e i terroristi, ma trasfigurati da alcuni elementi arcaici, i romani rappresentano i soldati "regolari" e il popolo, che ha perso tutto, è vestito con abiti di oggi completamente rovinati"», i generali romani “golpisti”. A questo punto mi stanno bene le divise delle SS, più pregnanti ed allusive. Perché poi bardare Attila con fronzoli e palandrana improbabile per un tiranno unno del 453, allora quarantasettenne e vicino alla morte? E neppure riesco a capire la statica scenografia con quell’algida struttura metallica color ruggine che, si dice, richiamasse il ventre di una nave (che c’entra?). Non riesco proprio a digerire le abusate e azzardate modernizzazioni. Perciò mi soccorre e mi sento di sottoscrivere quanto dichiara Mario Martone a proposito del suo Morte di Danton al Teatro Carignano di Torino: «Il punto non è attualizzare i personaggi, ma renderli vivi nel loro presente, solo così possono essere vivi anche nel nostro». Perché un Attila camuffato in quel modo in mezzo a uomini del nostro tempo e a soldati in divise verdi è ridicolo, quanto un crepuscolo di dei nella Palermo della munnizza, non quella che Wagner conobbe in quei primi di gennaio del 1882, «qui c’è soltanto primavera ed estate», quando in quella stanzetta su Via Wagner chiuse il 13 la partitura del Parsifal ad un anno dalla sua morte a Venezia. Quello che mi pare sia da rimarcare è pertanto l’attualità dell’Attila e delle altre opere verdiane di quegli anni intorno al Quarantotto per tentare di spiegarci la popolarità di un tema così obsoleto anche in anni di ricreazione storica romantica. Tutto ruotò intorno a quell’aria di eroismo patriottico che fu forse la ragione della scelta del testo di Solera. È quell’attacco di Ezio Tardo per gli anni e tremulo (Prologo, scena V) che poi conclude «Avrai tu l'universo,/ resti l'Italia a me». Qui la ragione della metamorfosi assurda di un barbaro che diventa simbolo di patria e di fedeltà in un ribaltamento dei valori di contro all’Ezio romano divenuto ambiguo per la nobiltà di Attila eticamente alta, portatrice di fede: «Dove l'eroe più valido / è traditor, spergiuro, / ivi perduto è il popolo, / e l'aer stesso impuro; / ivi impotente è dio, / ivi è codardo il re... / là col flagello mio / rechi Wodan la fé!». E poi l’aria «È gettata la mia sorte, / pronto sono ad ogni guerra» (Atto II, scena IV). Con lui concordano Foresto che giura di trovare l’amata e di salvare l'Italia (Ella in poter del barbaro!) ed anche Odabella con la sua cavatina Santo di patria indefinito amor (Prologo, scena III). Lo ha rilevato Peter Stamatov in un suo articolo (Interpretive Activism and the Political Uses of Verdi's Operas in the 1840s, in «American Sociological Review», 67, June 2002, pp. 351-352). Secondo lui, quando l’opera fu applaudita nella Roma di Pio IX e delle speranze liberali non lo fu solo per la musica piacevole. Le ragioni della risposta entusiastica erano altre. A Napoli dava occasione di celebrare la concessione forzata della Costituzione liberale da parte di Ferdinando II e l’inno alla libertà. Alla presentazione a Torino nel 1848-49 un critico lodò l’opera come un «buono strumento per l’educazione politica del popolo», ma il ben noto librettista Felice Romani criticò l’amministrazione del teatro che aveva fatto un errore nella scelta di rappresentare una musica così “teutonica” nella natura. Questo è il punto. La musica era già tutta verdiana, certi passaggi anticipano motivi e arie delle opere successive. La struttura, sia degli intermezzi, sia delle arie, sia negli strombazzati e roboanti finali è tutta prevedibile. Così in tanto baluginar di guerra, la patetica storia di amore, esitante tra dubbi e tradimenti, ambigua e a lieto fine, come in tutte le vicende verdiane di grandi monarchi e ingenue fanciulle, le tante Aide di ingenui amori tra le pieghe della Storia. Qui appare esitante ed incerta tra l’amore per il tiranno e l’imperativo di vendicare il padre, nuova Giuditta che si serve della spada di Oloferne e si concede ad un anonimo Foresto. C’è da chiedersi perché questa riesumazione di un’opera mediocre e insulsa, eccellente con le sue tirate patriottarde per le coccarde quarantottine. Eppure si sono unite le forze di tre teatri, la fautrice La Fenice e anche il Comunale di Bologna per metterla in scena. Troppo forte la definizione di “capolavoro” da parte di Oren: «”Atti- la” è un capolavoro che rappresenta non più il dramma di singoli individui, ma di un popolo intero, un'opera pienamente risorgimentale in cui lo slancio del sentimento patriottico diventa universale: temi che da israeliano mi sono molto cari. E Verdi usa qui un linguaggio musicale che arriva direttamente all'anima e al cuore degli spettatori». Già era avvenuto con le due opere popolari antecedenti. A parte le solite attualizzazioni registiche di Daniele Abbado (cognome altisonante) e le fredde scenografie da funerale, diventa ancor più enfatizzata la messinscena per la plateale direzione del maestro Daniel Oren, ormai habitué del nostro podio con il suo colorato kippah. Ed è stato uno spettacolo di evocazione musicale, il suo corpo che vibra tutto fino alla bacchetta estensione delle braccia o si scatenata nel ritmo della danza o si dilata a caverna nell’urlo strozzato della bocca rotonda. Tutta l’orchestra a seguire le sue vibrazioni, la punta che infilza nel ritmo i solisti fino al frastuono assordante dell’orchestrazione, con effetti talvolta paradossali. Pensavo all’incanto sognante e delicato di von Karajan o la gestualità di Muti. Le voci sono state all’altezza dello spettacolo, anche il divo ha dato il meglio di sé con la sua voce ferma e calda. Di incanto emotivo i tanti corali dei quali il Coro del Massimo ha colto lo spirito, dai toni bassi, sognanti e lunari, alle note alte e sostenute, in scena e fuori scena.

Cerca sul sito

Italian English French German Portuguese Russian Spanish

Ricevi le news

Guida turistica Palermo

guidapalermo

Su questo sito utilizziamo cookies per gestire la navigazione. Cliccando ok o continuando a navigare ne accetti l'utilizzo. European Law