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Albertazzi e la magia della parola

volantino-albertazzi-copyVederlo ancora sulla scena, statuario e saldo, nella sua lussuosa vecchiezza, fa una certo effetto, dopo averlo ammirato e sentito per quasi un’intera vita. Perché è stato il mattatore televisivo accanto e in antitesi al pontificante Gassman nelle opere teatrali e negli sceneggiati televisivi (i memorabili Delitto e castigo, Piccolo mondo antico, Jekyll), è stato per tanti patiti di poesia la voce di magistrali interpretazioni radiofoniche e in decine di album e singoli (da Dante a Leopardi, ma anche a Neruda e Pasternak), è stato l’attore in una quarantina di film, il gigante di Siracusa. Indimenticabile nel 2009 a 81 anni e per ultimo nella parte più sua, nella sinfonia elegiaca sulla vecchiaia e sulla catarsi, in quel suo Edipo a Colono che scompare nel boschetto sacro alle Eumenidi. E non ultima la sfida al buonsenso e alla fisicità la sua partecipazione un anno fa a Ballando con le stelle. La sua piroetta nel saluto finale in questa serata palermitana voleva essere ancora uno sberleffo all’equilibrio statico e al pubblico che in quanto ad età se la batteva.
Quando Lorenzo attacca con il suo inno alla notte: «La luna splende chiara questa notte. / Fu certo in una notte come questa, / quando il vento baciava dolcemente / gli alberi senza il minimo fruscio, / fu certo in una notte come questa / che Troilo scavalcò d’Ilio le mura / ad esalare l’anima in sospiri / verso le greche tende / dove la sua Cressida si giaceva».
In modo inspiegabile e misterioso ci riporta, appena uscito dallo scandalo della sua scelta ardita di Salò, al suo debutto nel 1949 al Maggio Musicale fiorentino proprio con il Troilo e Cressida di Shakespeare, addirittura, altro sommo arcano della vita, con la regia del conte, comunista di fede, Luchino Visconti.
E lo ricordo ora, tornato a casa, lo rivedo con somma emozione in quel vecchio Edipo che ho seguito barcollante in quelle pietre corrose di Siracusa: «Qui seguitemi, o figlie: io vostra nuova guida sarò, come voi foste al padre. Venite. Non toccatemi. Lasciate ch'io da me trovi la mia tomba sacra, dov'è destin che me la terra asconda. Qui, movete per qui: ché qui mi guidano il nume Ermète e la Regina inferna. O luce, che per me più non brillavi, eppure, mia potei sinora dirti, or per l'ultima volta il corpo mio ti sfiora».
Ora la sua nuova lettura, portata dal Quirino a Palermo Al Massimo, la ricreazione di un cavallo di battaglia, quell’irremovibile, duro come la roccia, sprezzante e cinico, Shylock, animo tenebroso e orrendo, che solo poteva creare quel clima di acceso antigiudaismo della società elisabettiana, estremamente «judeophobic», quella degli ebrei descritti con il naso adunco e la parrucca scarlatta. Il dramma, tratto dalla novella Il Giannetto da Il pecorone di ser Giovanni Fiorentino, rappresentato tra il 1596 e il 1598, ha troppi anni e li dimostra. Nella storia dei pogrom antiebraici rimase marchiata in eterno la coppia cattolica di Ferdinando e Isabella ed esecrata l’Inquisizione di Torquemada, che allo Steri certifica la cruenta via crucis. Eppure già nel 1290 Edoardo I aveva bandito gli ebrei dal suo Regno, ove poterono tornare nel 1656 con altro truce sanguinario come Oliver Cromwell, che i loro concittadini riesumarono e sottoposero all’esecuzione postuma (hanged, drawn and quartered), in rivalsa per l’esecuzione di Carlo I Stuart, macabre tregende da medioevo papale. Il predecessore Christopher Marlowe aveva presentato il suo L’ebreo di Malta come un Barabba avido di ricchezze e così fu inteso anche quello del bardo. Non era stata finzione la Venezia di fra’ Paolo Sarpi e dell’interdetto alla città, che tuttavia aveva un ghetto sorvegliato per gli ebrei segnati con il copricapo rosso.

Tutti questi ingredienti di una società spietatamente razzista hanno fatto dell’ebreo un personaggio odioso e inumano, ancor più osceno e scandaloso per la contrapposta bontà del mercante cristiano. In questa storia di scherno cinico e di persecuzione, la risposta altrettanto impudente e spiegata, la richiesta di una libbra di carne. Ma la vera tragedia sta, senza che l’autore e la società inglese lo capissero, nella sconfitta di questo condannato storico, nella sua irrisione finale. Gabbato e tradito pure dalla figlia, fuggiasca e convertita, divenuto da prepotente a vittima della giustizia che aveva invocato.
Perciò grandioso Albertazzi nel lancinante monologo di Shylock: «E ciò perché? Perché sono giudeo. / Non ha occhi un giudeo? / Un giudeo non ha mani, organi, membra, / sensi, affetti, passioni, / non s’alimenta dello stesso cibo, / non si ferisce con le stesse armi, / non è soggetto agli stessi malanni, / curato con le stesse medicine, / estate e inverno non son caldi e freddi /per un giudeo come per un cristiano?» (atto III, scena I). E sommo stupore per la sua ferrea memoria, anche se per decenni ha ripetuto infinite volte quelle sequenze.
Il tutto nato da un padre capriccioso che lasciò alla bella ereditiera Porzia tre scrigni, dal regista trasformati in carne con tre stangone recitanti, poco apprezzate dal pubblico particolare, e con gli indovinelli che apertamente alludono ad Edipo e la Sfinge, ma possono evocare tante altre storie di regine concesse dopo prove ingegnose, celeberrima la Turandot di Gozzi e Puccini, ma con la finale decapitazione: l’idea di questa lotteria, come è detto, e di questi tre bravi cofanetti pieni ciascuno rispettivamente d’oro, d’argento e piombo. Altre ingegnosità ha aggiunto il regista a quelle che il barocchismo dell’autore non aveva lesinato. A campione dal bardo: «Quand’è così, non ci resta da dire / che sei triste perché non sei allegro; /e sarebbe per te altrettanto facile / metterti a ridere ed a far capriole, /e dir d’essere allegro /semplicemente perché non sei triste». Ma non da meno in retorica la lunga tirata sulla “clemenza” di Porzia, che non ha trovato un giusto dinamismo nell’azione. La scena unica sotto quel ponte che richiamava Rialto, unico mutamento il telo con scritte in ebraico, come l’affettato cameratismo di giovani gaudenti rovinati, così altri adattamenti non hanno reso giustizia al testo di Shakespeare, ma soprattutto all’atmosfera di disfacimento e di morte e di gaudio finale. Un dramma diverso di Shakespeare che sembra concludersi in allegria con un lieto fine, senza la caterva di cadaveri di altri foschi drammi. Non so se per intervento diretto di Albertazzi o per scelte del regista scrittore attore professore Giancarlo Marinelli. Ma alla fine il teatro ha i suoi anni e le sue difficoltà di lettura integrale e filologica, anche con il pesante armamentario classico, incredibile in un teatro inglese di quei tempi, i vari Bruto, Giasone, Eracle, Sibilla, Diana, a Giano, a Nestore, ecc.
E lo sconfitto Antonio, “la pecora infetta del gregge”, affranto e rassegnato, impeccabilmente reso nella sua malinconia dal suo amico Franco Castellano: «il mondo io lo tengo in conto / solo per quel che è: un palcoscenico / sul quale ognuno recita la parte /che gli è assegnata». Alquanto scolorito il dialogo tra Porzia e Melissa con l’analisi psicologica e caratteriale dei sei pretendenti («quello non è un uomo, ma un cavallo»), licenziati in tronco e senza prova e la peripezie degli altri tre, il nero principe del Marocco rimandato al giuramento in chiesa, l’Aragona e il Bassanio, il fortunato designato. Di buon impianto per verve e spontaneità il Lancillotto-Job di Cristina Chinaglia, un vero e proprio protagonista per attività e presenza scenica, forse immagine dell’autore-attore del Globe, sia nella tirata sulla “coscienza” e nello scherzo al padre cieco Gobbo il vecchio: «Girate a destra alla prima voltata, alla seconda girate a sinistra; però alla prima vera cantonata, non girate né a destra né a sinistra».
Purtroppo eccessiva era l’attesa, carica di suggestioni e di ricordi. La voce. Non la riconoscevo più, non era la sua, cercavo di identificarla, ad occhi chiusi, con l’uomo. Sì, l’alterigia del suo corpo ancora statuario, la sua possanza scenica che rendeva l’immensa crudeltà con i dinieghi recisi. Ma la voce, calda e pastosa. Biascicata, impastata, poi accelerata come se fosse inseguito, nella foga di dire tutto quello che urgeva ancora in petto, quella passione di un personaggio che lo rincorreva da una vita e aveva bisogno di accelerare il discorso. Il feroce ebreo, metafora e paradigma della perfidia, lui che chiedeva vendetta per generazioni di sberleffi e di gogne, quell’uomo che non ammetteva perdono e clemenza, la risposta parimenti crudele da volere la carne di un altro, il velato cannibalismo dell’usuraio, ma forse di tutti gli uomini di tutte le epoche, che sulla scena di Roma era stato il plautino homo homini lupus.

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