Si riapre la scena a Siracusa

Fu di nuovo più di due secoli dopo da quando si svolgevano ad Atene nel teatro di Dioniso tra il 12 e il 14 del mese che chiamavano Elafebolione (marzo ed aprile), nono dell'anno attico, le feste Grandi Dionisie o Dionisie urbane, forse istituite dal grande riformatore Pisistrato. A Siracusa, il 15 di aprile del 1914, forse a volere riprendere quell'emblematico mese attico che aveva nome dalla "caccia del cervo" in onore di Artemide, risuonarono sulla scena i passi di Gualtiero Tumiati e si sentì la sua voce nei versi di fresca scrittura di Ettore Romagnoli coi quali recitò con tono altero e statuario la vicenda infelice del ritorno a casa di Agamennone: «È giustizia che prima Argo io saluti / e gl'indigeti Numi: essi a me furono / del ritorno gli autori, e della pena / giusta che inflissi alla città di Priamo» (Eschilo, Agamennone).

In questo teatro, noto nella tradizione dalla metà del V secolo a.C., Eschilo nel suo primo soggiorno nell'isola fece rappresentare tra il 472 e il 468 a.C. i Persiani, con il quale aveva vinto il primo premio ad Atene. Qui rappresentò nel 470 in celebrazione della fondazione di Aetna sulle rovine di Catana, il dramma Aetnee. Qui in ricordo dell'eruzione del vulcano del 476 a.C. scrisse e rappresentò anche il suo Prometeo incatenato, unico pervenuto della tetralogia.

1947. Gualtiero Tumiati con Alida Valli nel film Eugenie Grandet

Gualtiero Tumiati, fratello dello scrittore Corrado, del giurista Leopoldo e del drammaturgo Domenico e zio dello scrittore e giornalista Gaetano, dopo il recente successo nel 1910 del Cyrano de Bergerac e i suoi spettacoli per le truppe durante la guerra, dava inizio con questa interpretazione alla sua fortunata carriera che tra teatro e cinema lo avrebbe visto presente sulle scene e nei cinema italiani per mezzo secolo. Ultimo suo intervento nel film Guerra e pace di King Vidor del 1956, dopo i numerosi ruoli in film di Mario Soldati, Raffaele Matarazzo e Mario Camerini, per citare i più famosi. Come direttore dell'Accademia dei Filodrammatici di Milano ebbe allievi Giorgio Strehler e Paolo Grassi. Notissimo ad una trascorsa generazione, come pure la Teresa Mariani (Clitennestra) e la Elisa Berti-Masi (Cassandra), con le loro rinomate compagnie teatrali, a contendersi durante il Trentennio l'arte e la bellezza dell'attrice Maria Melato. Infine l'altro volto assai noto Giulio Tempesti (Egisto), diviso come tutti gli attori del tempo tra i palcoscenici teatrali e la nuova ammaliante Musa del cinema.

Poi da quel 15 aprile sarebbero trascorsi sette anni di silenzio, tanti da vedere crescere di nuovo i rovi fra quei ruderi. Tornò ad essere come lo vide e descrisse Vivant Denon nel 1788 nel suo Voyage en Sicile: «Malgrado lo stato di abbandono, resta tuttora uno dei più bei posti del mondo ed offre lo spettacolo più grandioso e più pittoresco che ci sia».

La guerra era stata orrenda e il peso maggiore in sacrifici e privazioni e in morti lo avevano subito i Siciliani. La miseria e la fame, le piazze in fermento per la vittoria tradita, l'avanzata rossa del 1919, le prove e gli esiti dello squadrismo. E gli echi di assalti alle Camere del lavoro e alle sedi dell'Azione cattolica. Ma quel 1921 della ripresa fu un anno straordinario. D'Annunzio, dopo il "Natale di sangue", lasciava deluso e sconfortato Fiume il 18 gennaio e progettava di abbandonare la vita politica. Al XVII Congresso Nazionale del PSI a Livorno la corrente massimalista lasciava il partito e fondava il 22 gennaio il Partito Comunista d'Italia. In una situazione di perenne conflitto, di scioperi e morti nelle piazze, sette a Firenze, 17 nella strage della bomba al Teatro Diana di Milano, il sequestro di Matteotti e le percosse a Gramsci, Giolitti scioglieva con decreto 7 aprile il Parlamento, con la scusa che le piccole annessioni avevano mutato la geografia elettorale. Ma le nuove elezioni del 15 maggio confermarono l'avanzata della sinistra.

Pur in questo clima socio-politico infuocato per la sanguinosa campagna elettorale di elezioni politiche anticipate, a Siracusa si ritornò a riallacciare i fili recisi nel 1914, si volle riprendere il discorso interrotto dalla follia e dalla crudeltà umana. E non potevano essere che le Coefore a proseguire il progetto su quella scena, quasi a svolgere il mito delle vendette familiari, dopo l'orrendo mattatoio dell'Atride da parte della moglie adultera, toro sgozzato nel bagno (Cassandra in Agamennone: «Ahimè, ahi! Vedi, vedi! / Tieni, tieni lontana dal toro la giovenca! / L'afferra al peplo con le negre corna, / a tradimento lo colpisce: piomba / nel bagno molle... Di feral lavacro / insidïoso a te la storia narro»).

Scena Coefore 1921

A proseguire quel discorso tragicamente interrotto dal fiume di sangue siciliano che inzuppò le zolle del Podgora, furono pertanto le "portatrici di libagioni", le dodici fanciulle in vesti scure con la oinochoe per le offerte funebri (latte, miele, acqua, vino, olio, fiori), macabra coincidenza di offerte su quella tomba lacrimata dall'amore della tenera Elettra per il proprio padre. E ritornò la voce fra quei ruderi, ritornò il passo di sandali e nudi piedi e la gestualità solenne e declamatoria nello stile dannunziano e nel magistero della Duse che era balzata agli onori delle cronache teatrali con la sua tormentata recitazione, ma soprattutto di quelle mondane per i suoi travolgenti amori, Arrigo Boito prima e poi il Vate ancora giovane. Così ella «si abbandona alla presa di quegli occhi chiari, si sorprende a dimenticare tutta la sua amara sapienza della vita e a godere della lusinga che essi esprimono».

Così sulla scena ricavata alla base del colle Temenite Elettra tornava a chiedere alle ancelle fra i cipressi stormenti alla sera, al tubare delle tortore e al volo radente dei corvi e dei nibbi: «Come potrò / piamente parlar, questi versando / sopra la tomba funebri libami, / come invocare il padre mio? Dirò che per mia mano al caro sposo li offre / la cara sposa? Mia madre?»

Alla ripresa dopo il lungo tragico intervallo bellico, mentre già si apriva l'epoca oscura con la imminente marcia su Roma, Ettore Romagnoli manteneva per sé traduzione e direzione artistica, riconfermava a Duilio Cambellotti e ne ampliava i compiti. Oltre alla realizzazione della scenografia, si occupò del progetto per il movimento scenico, nonché dell'ideazione del "cartellone" e dei costumi di questo II Ciclo. A destra ideò la reggia arcaica degli Atridi in rosso cupo; a sinistra la tomba di Agamennone, con una stele sormontata da una sfinge. I due campi scenici furono divisi da una fontana di ispirazione micenea. Cambellotti giustificherà questa asimmetria della scena, voluta per ragioni di spettacolarizzazione con imponenti scene corali da parte della direzione artistica. Romagnoli cedette inoltre la musica a Giuseppe Mulè di Termini Imerese, la prima di una lunga serie di suoi commenti musicali, nel 1930 anche per una Ifigenia in Aulide. Egli dal Conservatorio di Palermo sarebbe passato a dirigere il Santa Cecilia dal 1925 al 1945, sarebbe stato segretario nazionale del Sindacato Nazionale Fascista Musicisti. A parte la scarsa originalità delle sue musiche fu durante il Ventennio nemico giurato di ogni movimento modernista di avanguardia, fermo ai canonici sistemi modali. Ma... nel 1903 il suo Largo per violoncello e pianoforte divenne sigla d'apertura nelle trasmissioni radiofoniche nazionali Eiar e Rai.

Interpretò Oreste Ettore Berti, della compagnia della diva per eccellenza che egli seguì anche a Parigi, quella Duse, la "divina" di D'Annunzio, che stimò l'attore e non gli lesinò encomi. Il cast fu composto nella nuova atmosfera teatrale che era passata tra il clamore retorico e esaltato del Vate da La Gioconda alla Francesca da Rimini, fino al realismo di La figlia di Iorio e le propaggini veristiche di Verga e della sua Cavalleria, tra Victorien Sardou e il giovane Alexandre Dumas della lacrimevole infelicissima Signora delle Camelie, fino all'irruzione dei drammi borghesi di Henrik Ibsen. Negli anni esaltanti del teatro italiano che viveva le glorie di autori e di artisti eccezionali, nella gara e nella astiosa rivalità tra la Duse e la Sarah Bernhardt, che arricchivano le nostre scene. Così furono gli interpreti quasi tutti dannunziani, così la Teresa Franchini, che diede voce e anima ad Elettra, Emilia Varini, della compagnia di Berti, che interpretò Clitennestra, infine l'Egisto di Giuseppe Masi, marito di Elisa Berti.

Proseguì da allora quella fortunata e gloriosa vicenda del teatro del dramma antico, che dopo l'altra lunga interruzione bellica, dal 1939 al 1948, avrebbe condotto a cadenze triennali, poi biennali, infine di recente annuali a questo 51° Ciclo di Rappresentazioni classiche, il 100+1 del Centenario.

Con lo stesso fascino e con identico entusiasmo per la classicità il 6 aprile 1896 alle 15.30 nello stadio Panathinaikòs di Atene il re Giorgio I aveva dichiarato aperte le Olimpiadi moderne, ancora quadriennali, fortemente volute da Pierre de Coubertin, nella speranza di sconfiggere le guerre.

Altre due guerre seguirono, orribili e mai provate, altre infinite in ogni angolo dell'ecumene insanguinano oggi la terra. Nonostante la celebre frase: «L'importante non è vincere ma partecipare. La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene».

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