L’opera di Emma Dante al Massimo (Carmelo Fucarino)

Gisela.013Intanto la questione di fondo e… di stile. Può un teatro lirico di importanza internazionale come il Teatro Massimo di Palermo aprire il cartellone della stagione operistica con una prima delle prime? Può senz’altro se essa ha un particolare significato per il teatro o per l’opera globalmente e per il suo valore intrinseco. Lo potrebbe forse pure per ragioni campanilistiche, se l’autore fosse un compositore palermitano, o al più siciliano. Potrebbe anche essere una eccezione unica per conclamati valori, ma non è un evento abusato, se si verifica per il secondo anno consecutivo in funzione delle personali acrobazie interpretative di Emma Dante?
Lo spessore dell’opera è stato ampiamente valutato da tutti gli spettatori e i cultori di opera, ma anche dai semplici spettatori. Chi ha sentito direttamente i commenti durante l’intervallo e alla fine non ha ricevuto entusiastiche impressioni, a dispetto della claque smaccata. Certo la grancassa mediatica non ha avuto pari. Quasi ogni giorno per qualche settimana i quotidiani hanno esaltato e osannato l’evento e i miracoli della realizzazione. Nell’edizione provinciale di un quotidiano nazionale, si sono scomodati tutti i loro commentatori che in genere si alternano, grandi firme e commentatrici di genere. Così il neo- sovrintendente Francesco Giambrone ha voluto onorare le scelte altrui con l’invito di altri esimi colleghi e con tante belle personalità elencate dai cronisti, come le sfilate della Scala.
Ma andiamo alla cosiddetta opera in questione. Abbastanza esplicita la titolazione data anche nella newsletter del teatro di Gisela! oder, Die merk- und denkwürdigen Wege des Glücks ossia Le strane e memorabili vie della felicità. Ma quello che meglio chiariva il tipo di opera seguiva immediatamente, “Spettacolo di teatro musicale in due parti”. Già il titolo aveva fuorviato molti abbonati che l’avevano scambiato con l’acclamato balletto Giselle. E poi l’esclamativo. Ma chi era questa Gisela (pron. Ghisela) e questo musicista? Non si trattava chiaramente di un’opera lirica come è l’esplicita vocazione e funzione del Massimo, come fondazione e istituzione. Era senz’altro un commosso e nostalgico omaggio al sole di Napoli che si svolgeva in un’esile trama di poco valore e spessore, quasi nello stile dell’operetta. Possiamo dire che Werner Henze è stato un italiano. Emigrato nel 1953 per ragioni di omofobia a Marino in Italia, superò l’opposizione paterna per le sue propensioni artistiche e iniziò la sua carriera con König Hirsch su testo di Gozzi e il balletto Maratona su libretto di Luchino Visconti. La sua attività di opere e balletti, ma anche di sinfonie e lavori strumentali, fino alle numerose musiche per film è abbastanza vasta. L’opera scelta non è una delle migliori, anche se l’ultima. È morto a Dresda il 2012.
Come “gentile abbonato” ho avuto anticipato nella newsletter e svelato in anteprima l’arcano di questa eccelsa inaugurazione: «Sarà una “Gisela!” passata dall’universo creativo e simbolico di Emma Dante, quella che domani in prima nazionale, apre la stagione lirica del Teatro Massimo. Un viaggio in una Napoli dove la città è un teatro che nasconde altri teatri, come una matrioska, fino a rivelare la sua anima di lava nera come il Vesuvio. Un viaggio in una Napoli popolata di Pulcinella variopinti, ma dove alla fine Pulcinella si strappa di dosso la sua maschera, e svela la sua vera anima».
Sono stato da sempre un sostenitore del sostegno agli artisti della nostra città. Era l’ora che molti dei nostri protagonisti nazionali tornassero sulle scene palermitane. Ho accolto con entusiasmo il ritorno di Gigi Lo Cascio a Palermo, dopo la sua chiamata catanese, e mi ha coinvolto la sua originale e travolgente rilettura e interpretazione dell’Otello shakespeariano. Consideravo anche istruttiva l’attività di Emma Dante. Non è che mi avesse soddisfatto assai la sua performance cinematografica. Non erano bastate le gag dei comici per l’allucinazione giocata tutta sul cunicolo di Via Castellana Bandiera e l’elenco delle entusiastiche nomination del file nel sito di Google. L’interpretazione di Elena Cotta era stata grandiosa, mi aveva trascinato il tema portante della canzone dei fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso. Ma certamente non era il capolavoro di cui si parlò. La trama era troppo esile, sconclusionate le riflessioni che si contorcevano in un fermo immagine su una macchina ferma in un budello fra due mura che si restringevano e allargavano a volontà. Troppo abusati e comuni gli artifici e i campi cinematografici, le battute, le situazioni da cortili dell’Albergheria. Se la trovata originaria dell’afa palermitana e del tema del ritorno potevano attrarre, alla fine non trovavano lo spessore adatto alla complessità esistenziale di un “ritorno”. Così anche l’unicità del popolo e del suo dialetto dei quartieri palermitani che si devono conoscere e amare profondamente per riviverli.
Per tornare all’opera, questo era il secondo incontro della regista con il sacro teatro. Ci aveva già storditi e strabiliati con la sua regia di Feuersnot di Richard Strauss, la magia della “assenza dei fuochi” (online il mio Alleluia! I Siciliani in scena). Scrissi allora tra l’altro in quella prima di quella prima della stagione scorsa: «Ma tutto entra nel circo mediatico. Non per nulla i trenta attori-mimi-danzatori (omettiamo il nome di un giovane danzatore citato, per amor di carità), fuori opera. Perché di questo si tratta, di circo mediatico. Si comincia con dei “tizi” che gettano fogli di musica sulla scalinata, indifferenti, davanti a indifferenti dame e cavalieri in gran gala, che tentano anzi di scansarsi da questi lanci di tovaglioli. Un tempo si diceva coup de théâtre. Questo è stato il saggio della volontà precipua di stupire, di alludere ed interpretare con richiami il tessuto narrativo dell’opera. Un grande critico di un grande quotidiano attacca sodisfatto che “il primo marameo ai rituali della lirica è il lungo prologo di teatro-danza con saltimbanchi e giocolieri, etc.”. Gode dell’altra bravata, il “balletto in mutande e reggiseno, che a dispetto del secondo indumento, coinvolge sia uomini che donne”, naturalmente esalta la grande invenzione delle “sedie volanti”».
Quest’anno almeno è nettamente esplicita la realizzazione. Si dice «passata dall’universo creativo e simbolico di Emma Dante». L’opera, testo e musica, sono stati pertanto un semplice pretesto, come era già avvenuto con lo sberleffo dello scorso anno a Strauss.
Perciò io voglio omettere ogni considerazione sulle acrobazie e le intrusioni fuori testo e le letture personali della creativa regista e parlare solo dell’opera di Hans Werner Henze, che ad 84 anni improvvidamente volle scrivere assieme a Michael Kerstan e Christian Lehnert il libretto di un suo personale ringraziamento. Dicevo improvvidamente perché il testo risente di questa incerta collaborazione e in molti passi risulta troppo discontinuo, talvolta banale. Certamente le didascalie della traduzione disturbano, ma sono necessarie per un tedesco che non è alla portata di tutti. Perciò più evidenti risultano le cadute, come per tutte, le banalità assurde sulla scomparsa dei “pozzi” tedeschi, si voleva certamente alludere alle miniere della sua terra, la contesa Ruhr, intrisa di sangue. Il fatto spiegava il perché della fine delle guerre in Europa. Proprio lui ferreo marxista che ebbe annullata nel 1968 ad Amburgo la prima dell’oratorio Das Floss der Medusa, in memoria di Che Guevara, per il previsto ritratto e la bandiera della rivoluzione. L’assurdo inno alla fine del lavoro della ricchissima zona mineraria si spiegava perché l’opera era stata commissionata per le celebrazioni di Ruhr2010 (Capitale Europea della Cultura 2010) e fu rappresentata il 25 settembre 2010 nell'ambito del festival di musica e arti (Ruhrtriennale). Gisela comunque fu il patetico canto del cigno dell’autore, a due anni dalla morte, la sintesi, quasi la parabola della sua vita. Era il tedesco della gelida e nebbiosa Gütersloh nella Renania-Vestfalia, che per tragici accidenti di esclusione aveva avuto la fortuna di vivere ai Castelli romani. Nella vecchiaia, a 84 anni, più forte era divenuta la sua passione e la sua gratitudine per l’Italia. Ed essa si materializzò nella commedia dell’arte napoletana, nel Pulcinella, il costume più eclatante della italianità con i suoi eterni patemi e le sue bastonate (l’immortale Totò). Così immaginò almeno il nordico giovincello studente di archeologia che dalle brume del nord giunge al sole italiano, cioè napoletano (complice forse lo stereoptipo di ‘O sole mio) con la sua fidanzatina. Così nell’abusato triangolo l’amore che scocca in una serata da guitti e si conclude con la fuga al Nord. Grandiosi la sarabanda degli incubi di Gisela giocati sulla arcana e surreale motivo orchestrato sulla musica di Bach, mentre il Gennarino Esposito, emblema onomatopeico della napolaneità, si consola nella nostalgia di Aggio saputo. La musica commenta magistralmente situazioni e pathos nella stridente antitesi tra il freddo della Ruhr e la solarità di Napoli, sintesi e ragione di questo banale triangolo erotico. E in essa vive anche la modernità dell’impianto musicale, certe sonorità jazzistiche, molti spunti folkloristici.
Poca cosa è sono stati per queste incursioni nella interpretazioni e nell’allegoria il trito omaggio scenico all’orchestra, la spavalda giovinezza del direttore Constantin Trinks. Vogliamo riservare un posticino per le scene a Carmine Maringola, per i costumi a Vanessa Sannino (mi si perdoni se definisco ridicoli i suoi Pulcinella), i movimenti coreografici a Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, le luci a Cristian Zucaro? E l’Orchestra, il Coro e il Corpo di ballo del Teatro Massimo diretti dal Maestro Piero Monti? Qualcosa l’hanno pur fatta per essere in tabellone e rendere l’opera di Henze.
Nonostante tutto si potrebbe anche rilevare il vocalismo e la bravura scenica ed interpretativa di Gisela (Vanessa Goikoetxea), di Gennaro Esposito (Roberto De Biasio), di Hanspeter Schluckebier (Lucio Gallo).

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