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"Ci vuole il vento in chiesa" - Ernesto Maria Ponte all'Agricantus di Palermo

Antichi proverbi popolari siciliani che fanno da titolo oppure ne storpiano le sonorità per alludere ad una realtà extracittadina e a giorni e ad abitudini e schizofrenie di una quotidiana lotta per la vita, la più spiaccicata quotidianità stravolta nella maschera dell’ironia, più abitualmente del riso becero, della battutaccia volgare di stampo sessuale, che comunque ancora imbarazza e perciò suscita risate. Il teatrino in un punto strategico, anche se il nome di teatro potrebbe essere troppo altisonante, forse semplicemente “sala” meglio spiegherebbe il luogo. Un palcoscenico lungo quanto il muro che poi non è così lungo, un filo teso e una tenda a scorrere. Per scenografia, allusiva e senza pretese, qualche sedia, un tavolo e un mobiletto, al bisogno anche un letto e un armadio e un attaccapanni. Ieri sera anche cartoni alla rinfusa e due scene, lo studio con tavolo e cartoni, e l’altra metà il salotto con divano letto presenti a seconda delle luci. E il nome di questa saletta dai cento posti sì e no, Agricantus, ci mancherebbe che in un teatro di sketch e freddure non si coniasse un composto latino, questa volta stranamente correttissimo, “Il canto” o “I canti del campo”, “I canti agresti”. Si pensi all’altro luogo teatrale dal titolo ancora più arcaico, Ditirammu, quel misterioso canto dionisiaco dal quale secondo quel criptico passo della Poetica di Aristotele sarebbe nata la tragedia greca. E come non ricordare “Al Convento” di Gianni Nanfa, prima che si insediasse in un cinema più nobile e spazioso. A tutti sono note le piccole realtà nei vicoli della Palermo cadente dell’Albergheria e del Capo, quelle stradette della Palermo, bella e struggente nella sua mesta decadenza. La cosa ancor più straordinaria è che il conio Agricantus ebbe una nascita illustre nel 1979 con l’omonimo gruppo musicale siciliano, genere folk-ambient, si dice così, capofila Tonj Acquaviva, Mario Crispi, i Laguardia, Pippo Pollina e Mario Rivera, etc., e proseguì con una lunga esperienza musicale, frastagliata come la vita fino ad oggi, con i naturali passaggi all’età umana e gli innesti e i matrimoni che ne hanno fatto un gruppo prestigioso sul piano nazionale e internazionale. Nel 2010 divenne Agricantus By Tonj Acquaviva con l’arrivo della svizzera Rosie Wiederkehr e nel 2012 Agricantus Reunion. Un breve riassunto, anche se si lancia l’esca per una storia dell’audace gruppo, pur se ancora in fieri: gli anni ’80 della folk e world music (i nostri anni di Rosa Balistreri, di Ignazio Buttitta e Ciccio Busacca); poi gli anni ’90 dei concept albums, lingue del mondo e il pregnante vivissimo siciliano, lingua mistica e sacra, l'ingresso in organico della cantante svizzera Wiederkehr e poi le colonne sonore (Placido Rizzotto di Scimeca) e poi Ethnosphere e le altre scelte di Welt Labyrinthad per Amnesty International nel live per il cinquantenario della fondazione, e la serie di concerti e trasmissioni Tv. A maggio del 2012 gli Agricantus suonano a Barcellona in sostegno delle radio libere, ad agosto su Rai Uno Tonj Acquaviva annuncia l’uscita del nuovo concept album Kuntarimari, un titolo che sembra giapponese ed invece è un lavoro tematico ispirato ai racconti del mare, i “cunti ri mari”, con le diverse collaborazioni di musicisti internazionali. Solo per esempio.
In queste sere e in questo luogo di evocazioni pastorali si diverte con i suoi funambolismi Ernesto Maria Ponte. Difficile definire il divertissement. Si può dire solo in negativo. Non è commedia, non è cabaret, non è rivista, non è neppure sketch. Questa sera si recita a soggetto, un monologo. Anche il titolo Ci vuole il vento in chiesa (testo di S. Rinaudo e Ernesto Maria Ponte, musiche e chitarra di Tony Greco), così senza altra interpunzione non dice nulla. Perché il modo di dire vuol spiegare una esagerazione, ci voli u’ ventu ‘n chiesa, con un accento lungo su vooo e uno strascico per dire che non può essere, perché si conclude con la battuta “ca si vola u sacristanu”. Il titolo era il semplice espediente di uno stacchetto musicale per rompere la lunga, unica affabulazione. Così Nanfa e Vespertino, altri protagonisti della satira cittadina, sparano battute a tipo kalashnikov, per quasi due orette, fino a che sono esausti e al limite delle forze sia loro sia il pubblico di aficionados che si sganascia dalle risate e urla bravo. A parte il titolo, il tema vero delle freddure che si sfilano l’una dall’altra come le ciliegie è la crisi del matrimonio, come per dire “ti lassu picchì...”. Certo che le motivazioni di questa “lassata” sono il succo dell’azione scenica. Non annunziato nel piccolo dépliant, tipo santino elettorale, un esilarante sketch con la moglie vera Rossella Biondo che si delizia con le “sfumature” che le suggeriscono provocazioni e invenzioni di nomi di amanti del marito. Nella crisi, una volta si diceva del settimo anno, oggi forse del giorno dopo, come la pillola, nello snocciolare le idiosincrasie domestiche tutta la più realistica quotidianità, dai ristoranti ai pasti, alla nausea delle festività e dei regali, agli acquisti, dalla farmacomania alla malasanità, quello che ora mi viene in mente e tanto altro di più, tutto di tutto, per un uomo che con il divorzio rimane come si suol dire, ‘mezzu a’ strada. Quando la coppia scoppietta. È uno stratagemma per parlare della coppia, ma anche delle crisi di una società che ha perduto il sui ubi consistam, le motivazioni e le idealità che hanno nutrito tante generazioni.
E anche questo alla fine è teatro, perché è vita che finge di ridere di se stessa, di esorcizzare con una risata le infinite discrasie che lacerano il tessuto sociale, quelle cruente provocazioni quotidiane che sono giunte a giustificare l’omicidio per la difesa di un portamonete. Forse ancora una risata potrà salvare l’umanità. O è ormai troppo tardi davanti al male assoluto, perché senza senso?

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